COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 5.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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29. Jack lo squartatore.
30. L'Uomo Grigio del Ben MacDhui.
31. Fate.
32. Il mistero di Eilean More.
33. L'anello mancante.
34. La grande esplosione di Tunguska.
35. Il manoscritto più misterioso del mondo.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 29.
JACK LO SQUARTATORE.

Nuova luce sulla storia del più celebre
serial killer di tutti i tempi.
A dispetto della spietata, chiamiamola così, concorrenza dei serial killer dei
nostri tempi come lo strangolatore di Boston, lo squartatore di Buffalo e il
maniaco di Sunset, Jack lo squartatore continua a restare di gran lunga il più
celebre serial killer della storia. Questo non è soltanto dovuto al fascino più
o meno pittoresco del soprannome, ma anche dal fatto che la misteriosa serie
di delitti ebbe come teatro la fuligginosa Londra di Sherlock Holmes, il principe
degli investigatori, e soprattutto perché, al contrario degli altri appena
citati, Jack ancora oggi non ha identità.
Un altro particolare merita attenzione: Jack lo squartatore è stato il primo
serial killer a sfondo sessuale dei tempi moderni. In effetti, immaginare che
delitti con questa matrice abbiano iniziato a compiersi soltanto nel 1888, suona
davvero strano. Che dire, infatti, di imperatori come Tiberio, soliti abusare
dei giovani sposi? E di Gilles de Rais e Vlad l'impalatore e Ivan il Terribile?
La prima cosa che viene subito in evidenza è che si tratta sempre di uomini
appartenenti all'alta aristocrazia. Gente che aveva molto tempo libero a
disposizione - e che quindi sovente si annoiava - e sufficiente autorità per
piegare al suo volere le loro vittime. Ma la maggioranza dei criminali che la
Storia ci ha consegnato hanno ucciso o rubato per mere ragioni economiche.
Il The New Gate Calendar, un elenco di crimini pubblicato a Londra verso la
fine del XVIII secolo, comprende solamente una dozzina di delitti a sfondo
sessuale e non si trattava mai di stupri violenti, ma di atti che potremmo definire
di seduzione. Le classi povere si preoccupano in genere di ben altre
questioni che non il sesso “proibito” e quelle elevate possono esercitarlo con
tale libertà da risultare superfluo cercare di ottenerlo con la violenza.
Nei primi anni del XIX secolo si affaccia un nuovo importante fenomeno sociale:
la pornografia. Il primo responsabile di tutto questo è il marchese de
Sade - ancora una volta un aristocratico - morto pazzo in un manicomio nel
1816. Egli era ossessionato dal sesso, ma poiché aveva trascorso la maggior
parte della sua vita in carcere, non gli era restato altro che fantasticare sulla
sessualità. I suoi libri, pieni di allucinanti incubi di violenze e torture, negli
anni immediatamente successivi alla sua morte ispirarono non pochi imitatori.
Non tutti condividevano il suo spasmodico interesse per il sadismo e il
masochismo, ma erano certamente attratti dal senso del proibito.
Nei due decenni che precedettero l'avvento sulla scena del crimine di Jack
lo squartatore le cronache avevano riportato alcuni delitti
che noi oggi potremmo considerare a sfondo sessuale compiuti
da persone squilibrate; come,
per esempio, il caso dell'italiano Vincenzo Verzeni il quale progressivamente
era passato dallo squartare galline a smembrare donne alle quali era solito
“succhiare il sangue” o il teenager di Boston, Jesse Pomeroy, che godeva nell'infliggere
punizioni corporali a bambini piccoli, finendo poi per ammazzarne
due.
Confrontati con questi, c'era qualcosa di decisamente più calcolato nei delitti
di Jack lo squartatore, il cui primo atto, avvenuto nel 1888 nella zona di
Whitechapel a est di Londra, suscitò soltanto, come dire, un morbido senso
di spavento e paura.
Era ancora buio la mattina del 1° settembre quando il cocchiere George
Cross stava percorrendo la Bucks Row per andare a lavorare. Era una strada
stretta in acciottolato che si stringeva all'altezza del bianco muro di una casa
di appuntamenti da un lato e una serie di piccole casette terrazzate dall'altro.
Ad un tratto, nell'ancora incerta luce del mattino, Cross aveva scorto poco distante
sul margine della via un fagotto come di tela cerata e si era avvicinato.
Era una donna riversa sulla schiena, la gonna sollevata sui fianchi. Cross pensò
fosse sbronza e visto avvicinarsi un altro uomo gli aveva detto: «Coraggio,
datemi una mano, prendetela per i piedi». L'altro, un fattorino del mercato, lo
aveva guardato sospettoso; aveva intuito sin dalla prima occhiata che la donna
era morta, forse violentata e uccisa. Così si era chinato, le aveva toccato le
guance e una mano. Erano gelate. «È morta», aveva esclamato. «Dobbiamo
avvertire immediatamente la polizia». Poi l'avevano ricomposta in una posizione
meno indecente.
Dopo pochi minuti in Bucks Row, era intervenuto il connestabile dell'ufficio
di polizia, John Neil, che aveva ritrovato il corpo senza vita della donna
accanto a una porta. Subito si era accorto di una cosa che ai due primi testimoni
era sfuggita: la vittima aveva la gola tagliata così a fondo da mostrare
addirittura le vertebre del collo.
Un'ora dopo, il cadavere stava su una lettiga dell'obitorio di zona, mentre
due barboni chiamati dalla vicina casa di assistenza provvedevano a spogliarla.
Un agente in un angolo prendeva nota di tutto. Solo quando era stata
rimossa la pettorina, l'ispettore Neil aveva potuto notare che l'addome della
donna era stato sventrato completamente con una profonda incisione che andava
dalla base delle costole fino al pube.
La poveretta venne identificata grazie al marchio della casa di assistenza
Lambert che portava sulla pettorina. Si trattava di Mary Ann Nicholls, una
prostituta che abitava una stanza a pigione a Thrawl Street, uno dei sobborghi
più poveri di quella zona della città. Solo poche ore prima della morte,
era stata all'alloggio dove, la voce visibilmente alterata dall'alcol, aveva avuto
a che dire con l'affittuario perché non aveva i quattro pence per un letto.
Alla fine il padrone l'aveva scacciata. «Tornerò presto con i soldi», aveva
gridato la donna mentre scendeva in strada. «Guarda che bel cappellino che
ho!», gli aveva ancora urlato inviperita. Poi aveva adescato un uomo nella
via, dal quale si era fatta consegnare il danaro in cambio di un frettoloso atto
sessuale, consumato in un vicolo vicino. Appresa questa notizia, l'ispettore
aveva subito ricostruito ciò che era accaduto: durante il laido amplesso il
cliente l'aveva strozzata fino a farle perdere i sensi - si notavano evidenti segni
sul collo - quindi le aveva reciso la gola con un paio di terribili fendenti
che avevano quasi spiccato la testa dal tronco, le aveva sollevato la gonna
colpendola alla pancia e allo stomaco in un raptus di frenesia omicida.
Abbastanza stranamente, il delitto non aveva suscitato grande interesse. Capitava
sovente che delle prostitute fossero trovate morte nei sobborghi della
città, uccise per mano dei protettori che le volevano al loro servizio. Ad aprile,
una puttana di nome Emma Smith si era presentata moribonda al London
Hospital dichiarando di essere stata aggredita da quattro uomini in Osborn
Street. Dopo averla immobilizzata, le avevano introdotto una barra di ferro
nella vagina spingendola così a fondo da perforare l'utero. La poveretta era
morta di peritonite. A luglio i pezzi smembrati del corpo di una donna erano
stati pietosamente raccolti nelle acque del Tamigi e il 7 agosto di quello stesso
1888 un'altra prostituta, di nome Martha Tabram, era stata trovata morta
in un terreno presso Whitechapel, colpita la bellezza di trentanove volte con
una baionetta. Erano stati fermati due soldati, ma l'alibi che avevano presentato
era stato ritenuto sufficiente a rilasciarli. Evidentemente, qualche sadico
maniaco aveva un conto in sospeso con le prostitute. La faccenda comunque
non era di certo raccomandabile per i lettori di quotidiani rispettabili, dunque
non interessante.
Questo atteggiamento di indifferenza era destinato a mutare decisamente di
rotta, solo una settimana dopo la macabra fine di Mary Ann Nicholls, quando
un altro corpo mutilato venne trovato nel retro del negozio di un barbiere
in Hanbury Street, sempre a Whitechapel. Il luogo era spesso frequentato dalle
donne di strada e dai loro clienti ed era proprio ciò che la nuova vittima, la
povera Annie Chapman stava facendo alle 5,30 di quel mattino di sabato, 8
settembre 1888. Un vicino l'aveva vista parlottare con un uomo che «sembrava
uno straniero», vestito in modo elegante e con in testa un cappello alla
Sherloch Holmes. Circa mezz'ora dopo un altro inquilino della casa, certo
John Davis, era sceso in cortile per andare al gabinetto. Qui aveva subito notato
il corpo della donna rannicchiato presso la recinzione, la gonna sollevata
sui fianchi, le gambe piegate. Lo stomaco era stato squartato e gli intestini
fuoriuscivano. Come nel precedente caso della Nicholls, la gola era stata tagliata
con fendenti terribili e secchi L'assassino aveva lasciato ai suoi piedi
gli anelli della donna e una manciata di penny in un fagottino vicino alla testa.
Esami medici rivelarono che alla poveretta erano anche stati rimossi l'utero
e la parte alta del canale vaginale.
Questa volta la stampa si occupa del caso e incominciano a circolare le prime
supposizioni a proposito di un maniaco sadico. Quel pomeriggio il quotidiano
«Star» titolava: Un altro terribile delitto a Whitechapel. Quando la signora
Mary Burridge, abitante in Blackfriars Road, nella zona sud di Londra
aveva letto il raccapricciante resoconto era morta dallo spavento per un colpo
apoplettico. Sir Melville Macnaghten, già responsabile del dipartimento di
investigazione criminale, ebbe a scrivere: «Non una sola persona che fosse
presente a Londra in quell'autunno, potrà mai dimenticare il
terrore provocato da questi efferati delitti. Ancora adesso
non posso scordare quelle notti
nebbiose e gli strilloni che urlavano: “Un altro orribile delitto, delitto, mutilazioni,
Withechapel”».
Nell'attuale società dove la violenza, anche la più terribile, è all'ordine del
giorno e quasi ci lascia indifferenti non riusciamo a renderci conto dello scalpore
che questi crimini misteriosi seppero suscitare. Un cronista che si occupava
dei casi e che poi avrebbe anche dato alle stampe un libricino divenuto
molto popolare, scrisse: «Nel pur folto catalogo dei tanti delitti che sono stati
perpetrati in questi nostri tempi non credo se ne possano rintracciare altri che
abbiano in modo così macabro aperto l'orizzonte dell'umanità e oscurato in
modo così nefando la natura più profonda dell'uomo al pari dei crimini di
Whitechapel dell'ultimo scorcio del 1888». «Oscurare in modo così nefando
la natura più profonda dell'umanità», ecco che cosa terrorizzava gli spaventati
londinesi. Era come se un mostro inumano avesse incominciato a percorrere
le strade seminando morte. Tutto il paese venne preso da una forma di isteria
collettiva. Non si ricordava niente di simile dai tempi dei
delitti della Ratcliffe Highway del 1811, quando due intere famiglie erano state massacrate
nella zona est di Londra e per la paura, di notte la gente si barricava in casa.
Il 29 settembre 1888 all'agenzia centrale dell'informazione veniva recapitata
una lettera che incominciava con queste parole: «Caro capo, pensavo che
la polizia mi scoprisse e invece, quei polli, non ce l'hanno ancora fatta», per
poi proseguire: «Odio le puttane e non la smetterò di sventrarle fino a quando
potrò continuare a farlo», e infine chiudeva con una promessa: «Avrete
ancora mie notizie e dei miei bei giochetti». In calce era firmata Jack lo
squartatore: era la prima volta che quel nome faceva capolino. In un postscriptum
si poteva ancora leggere: «Non rendete nota questa lettera fino al
mio prossimo colpo, poi fatelo, se volete». E così l'agenzia si era regolata.
Quella stessa notte, un sabato, lo squartatore aveva nuovamente ucciso,
questa volta non una ma due prostitute. All'una di notte della domenica mattina
un venditore ambulante di nome Louis Diemschutz stava entrando col
suo carretto trainato da un pony in un cortile di Berner Street, quando a un
certo punto il cavallino aveva scartato per evitare di calpestare qualcosa che
si era trovato sotto le zampe. Era il corpo di una donna. Forse Jack era ancora
nel cortile oppure se n'era andato da pochissimo quando l'uomo era sopraggiunto.
Tornato in cortile con una lampada, Diemschutz aveva potuto
constatare che l'ostacolo che aveva spaventato il suo pony era il corpo senza
vita di una donna. Aveva la gola squarciata con tagli netti e l'assassino aveva
anche tentato di staccarle le orecchie, ma forse non ne aveva avuto il tempo.
La vittima venne identificata in Elizabeth Stride, una prostituta svedese alcolizzata.
Se il killer era stato quasi sorpreso e colto in flagrante non aveva però perduto
la determinazione. Dopo aver percorso velocemente Bender Street e la
contigua Commercial Road - questo delitto era stato consumato in un posto
della città lontano da quelli precedenti - si era portato
nella zona di Houndsditch giusto in tempo per contattare una
puttana rilasciata appena dieci minuti
prima dall'ufficio di polizia di Bishopgate. Si chiamava
Catherine Eddowes ed era stata fermata per ubriachezza e
schiamazzi. Il killer non aveva
certo avuto problemi ad adescarla chiedendole di appartarsi con lui in Mitre
Square, una piccola piazza poco lontana da alcune case di appuntamenti.
Ogni quindici minuti nella piazza passava un poliziotto che faceva la ronda
nel quartiere. All'1,30 non aveva notato nulla, ripassando all'1,45 aveva notato
il corpo di una donna accasciato in un angolo della piazza. Era riversa
sulla schiena, gli abiti sollevati fino alla vita, il volto completamente sfigurato.
Il corpo era squartato con un taglio che andava dalla base delle costole fino
alla regione pubica, la gola, come al solito era orrendamente recisa. Un
esame più attento del cadavere evidenziò l'asportazione di un rene e il taglio
netto di un orecchio.
Probabilmente il killer era stato disturbato dal sopraggiungere del poliziotto
ed era stato costretto a lasciare la piazzetta infilandosi in uno stretto vicolo
che si apriva sul fronte settentrionale. Lungo il vicolo c'era una fontanella
pubblica, dove l'assassino doveva essersi fermato per qualche minuto per tergersi
le mani dal sangue e forse anche ripulire il coltello con cui aveva agito.
In Goulston Street, a circa dieci minuti di distanza, gli inquirenti avevano rinvenuto
un lembo della gonna della vittima tutto intriso di sangue. Il poliziotto
che l'aveva trovato aveva anche notato una scritta tracciata con del gesso
bianco sul muro vicino: «I Giudei non sono uomini da rimbrottare per nulla».
L'ispettore che aveva in carico il caso, Sir Charles Warren, aveva dato ordine
di cancellarla, non dopo che una pletora di agenti aveva scattato una serie di
fotografie. Si pensava che lasciare la scritta sulla parete avrebbe provocato la
ribellione dei numerosi ebrei che abitavano il quartiere di Whitechapel.
Più tardi Macnaghten disse: «Quando si verificò il duplice delitto del 30 settembre,
l'esasperazione dell'opinione pubblica davanti all'impotenza degli
inquirenti a risalire almeno a qualche sospetto toccò vertici assoluti». La lettera
a firma di Jack lo squartatore venne resa pubblica e il killer da quel momento
in avanti venne chiamato Jack lo squartatore. Il lunedì mattina presto
l'agenzia dell'informazione ricevette un'altra comunicazione - questa volta
si trattava di una cartolina postale - a firma di Jack. C'era scritto: «Come vedi,
vecchio caro, non scherzavo affatto quando ti ho promesso un altro scherzetto.
Sentirai di nuovo parlare di Jack strappatrippa domani mattina. Questa
volta il giochino è stato doppio. Il primo colpo non è andato del tutto a buon
fine, gridava troppo, la vacca. Non perdere tempo a rivolgerti alla polizia. Dimenticavo,
grazie per aver ascoltato il mio consiglio dell'ultima volta e di
avere reso pubblico il mio messaggio soltanto dopo aver preso atto del mio
nuovo scherzetto».
L'opinione pubblica divenne furiosa. La gente prese a scendere in strada per
contestare l'operato della polizia. A Sir Charles Warren venne revocato il comando
delle operazioni investigative. Poiché si immaginava che il killer potesse
essere un dottore, tutte le persone che si dovevano muovere per le strade
con una valigetta simile a quella dei medici decisero che per il momento
sarebbe stato meglio farne a meno. La polizia decise di affidarsi anche ai cani,
ma nel giro di qualche giorno la muta messa a disposizione delle indagini
già si era dispersa nei vicoli di Tooting Common.
Tuttavia, poiché il mese di ottobre era trascorso senza nuovi delitti, il panico
era progressivamente scemato. Allora, nelle prime ore del 9 novembre,
Jack lo squartatore aveva pensato bene di compiere il suo crimine più spettacolare.
Mary Jeanette Kelly era una giovane donna scozzese, di soli ventiquattro
anni, che abitava una modesta stanzetta a Miller Court, appena fuori
Dorset Street. Attorno alle due di notte alcuni testimoni l'avevano vista parlare
con un uomo bruno dai folti mustacchi; era molto elegante e portava un
orologio con catena d'oro nel panciotto. Poi avevano imboccato insieme il
viottolo che conduceva alla sua stanzetta in affitto, la numero 13.
Alle 10,45 del mattino dopo, era passato un agente per la riscossione dell'affitto,
aveva bussato a lungo alla porta senza ricevere alcuna risposta. Infilata
la mano nel vetro rotto di una finestra era riuscito a scostare la tendina e
la scena che aveva visto lo aveva fatto correre a gambe levate alla più vicina
stazione di polizia.
Questa volta Jack lo squartatore aveva davvero superato se stesso. Il corpo
giaceva sul letto e le mutilazioni che aveva subito dovevano aver richiesto almeno
un paio di ore di intenso lavoro. Una mano era stata conficcata nello
stomaco aperto. La testa era praticamente spiccata dal busto, al quale era rimasta
collegata solo più per pochi brandelli di pelle, lo stesso per il braccio
sinistro. I seni e il naso erano stati rimossi e la pelle delle gambe sollevata. Il
cuore troneggiava su un cuscino, contornato tutto attorno da brandelli di intestino
come in una cornice. Nel camino ardevano ancora le braci di un fuoco
non spento, come se il killer lo avesse attizzato per ottenere più luce. Gli
esami necroscopici questa volta rivelarono che gli organi sessuali interni non
erano stati toccati. La terrificante mutilazione del corpo doveva aver accontentato
lo squartatore, acquietando la sua folle, sadica febbre.
Questo delitto provocò una reazione enorme, la più forte registrata fino a
quel momento. Tutti i vertici della polizia saltarono. L'opinione pubblica
gonfiò la polemica e persino la regina Vittoria suggerì degli spunti per mettere
in trappola l'assassino. Tuttavia, l'uccisione di Mary Kelly fu l'ultima
terribile performance del maniaco. Quasi incredula di ciò che stava capitando,
la polizia non poteva chiedere di meglio in quel difficile momento: le settimane
divennero mesi e Jack non aveva più colpito. Si pensò che alla fine,
lo squartatore si fosse suicidato o fosse rinchiuso in qualche casa di cura. Poi
nel mese di gennaio dal Tamigi era stato ripescato il corpo di un medico che
si era suicidato. Non poteva che essere Jack lo squartatore. In un attimo la
tensione sembrò svanire, anche se la conferma della identificazione non venne
mai.
Sul caso sono state ricamate miriadi di ipotesi. Quarantanni dopo, un giornalista
australiano di nome Leonardo Matters diede alle stampe il primo serio
studio sul caso di Jack lo squartatore. Finiva con una storia incredibile.
Un chirurgo di Buenos Aires era stato convocato sul letto di morte da un distinto
signore inglese, che egli aveva riconosciuto come l'illustre dottore e
chirurgo Stanley, di cui in gioventù era stato allievo. E Stanley gli aveva confessato
una vicenda terribile. Nel 1888 suo fratello era morto di sifilide contratta
due anni prima dalla frequentazione di una prostituta, che si chiamava
Mary Jeanette Kelly. Stanley aveva allora giurato che avrebbe vendicato la
morte prematura del fratello e aveva incominciato a setacciare la zona orientale
di Londra alla caccia della donna. Non trovandola, aveva incominciato
ad adescare delle sue colleghe dalle quali riuscire a ricavare qualche utile
informazione. Per evitare di essere scoperto e che le amiche la potessero avvertire
per tempo, le aveva ammazzate tutte. Alla fine l'aveva rintracciata e
uccidendola aveva mantenuto la promessa di vendetta. Poi era fuggito in Argentina.
Messo alle strette, Matters rivelò che in realtà le sue ricerche nei registri
della associazione medica britannica non avevano mai evidenziato l'esistenza
di un chirurgo di nome Stanley o che anche solo gli somigliasse. Ma ci sono
altre ragioni per ritenere che questa storia sia un'invenzione. Se il dottor
Stanley desiderava soltanto far fuori quelle donne, che motivo
aveva di sfigurarle e smembrarne i corpi? Inoltre, la sifilide
impiega ben più di due anni
per stroncare un uomo, il tempo medio si aggira attorno ai dieci anni. Ma la
prova forse più convincente era che Mary Kelly non era affatto ammalata di
sifilide.
Dieci anni dopo, un artista di nome William Stewart pubblicò il libro dal titolo
Jack thè Ripper: A New Theory. Stewart aveva a lungo analizzato i rapporti
di inchiesta relativi a Mary Kelly, scoprendo che al momento della morte
la donna era incinta. La sua teoria era sconvolgente. Per lui Jack era una
donna, una ostetrica che si era recata a Miller Court per praticare un aborto.
Dopo aver ucciso Mary in un raptus di frenesia omicida, bruciati nel caminetto
i suoi abiti tutti sporchi di sangue, aveva indossato vestiti di ricambio della
vittima ed era fuggita. La prima, immediata contestazione alla sua teoria fu
che Mary, povera in canna com'era, non possedeva alcun altro vestito oltre a
quello che indossava; ma anche la casistica criminologica era contraria, dal
momento che non si era mai verificato un caso in cui un killer dedito a mutilazioni
sado masochiste fosse una donna. La “Jill la squartatrice” proposta da
Stewart aveva, insomma, pochissime possibilità di rispondere al vero.
Nel 1959 il giornalista Donald McCormick rinfrescò una teoria già in auge
negli anni Venti. Un altro giornalista di nome William LeQueux aveva raccontato
in un suo libro dal titolo Things I Know che dopo la Rivoluzione russa,
il governo Kerenskj gli aveva consentito di trattenere un manoscritto scritto
in francese dal “monaco pazzo” Rasputin, che era stato rintracciato per puro
caso nelle cantine della sua dimora. Era intitolato I grandi criminali russi.
Si raccontava che Jack lo squartatore era un maniaco sadico che si chiamava
Alexander Pedachenko, inviato segretamente in Inghilterra dal servizio segreto
russo per mettere in imbarazzo la sicurezza inglese. Secondo
LeQueux, Pedachenko era stato arrestato a seguito del
tentativo di uccidere una donna a
Tver (Kalinin). LeQueux scrisse ben tre libri su Rasputin, tutti traboccanti di
ciniche fantasie e invenzioni, ma sebbene venissero pubblicati prima di Things
I Know in nessuno viene citata la mirabolante ipotesi. L'obiezione più consistente
alla teoria Rasputin-Pedachenko sta nel fatto che notoriamente Rasputin
non conosceva una sola parola di francese e che la sua dimora stava al terzo
piano e non aveva alcun nascondiglio o cantina segreta.
Nello stesso anno in cui venne pubblicato il libro di McCormick, il giornalista
Daniel Farson si occupò del caso di Jack lo squartatore per un programma
televisivo, ottenendo uno scoop clamoroso. Era venuto fuori che
Sir Melville Macnaghten sosteneva di avere notizie in merito all'identità di
Jack, ricordando l'esistenza di tre sospetti, poi ridotti a uno. Farson era riuscito
a mettere mano sul taccuino di Macnaghten e aveva rintracciato un solo nome: Montague John Druitt, un avvocato fallito, l'uomo che era stato
trovato suicida nel Tamigi nel gennaio del 1889. Farson aveva allora intrapreso
alcune ricerche sul personaggio, mettendo insieme molte informazioni
sulla sua vita.
Peccato che quando le indicazioni di Macnaghten erano state passate al vaglio
ci si rese presto conto che le informazioni in suo possesso erano imprecise.
Tanto per incominciare, lo diceva medico e invece era un avvocato; sosteneva
vivesse ancora in famiglia e invece abitava da solo in un alloggio in
affitto con altri colleghi. Diceva che dopo l'omicidio di Miller Court era impazzito
e il giorno dopo si era suicidato nelle acque del Tamigi. Le cronache
riportavano invece che Druitt si era ucciso ben tre settimane dopo e che il folle
gesto era stato dettato dal dispiacere sofferto al ritorno da una visita alla
madre che era diventata pazza: insanità di mente che l'uomo temeva ereditaria
e che paventava potesse toccare anche lui. In realtà; Sir Macnaghten aveva
preso servizio presso il distretto di polizia solo dopo sei mesi che il caso
di Jack si era ormai chiuso ed era quindi logico che le considerazioni che si
era appuntato sul diario in merito a Druitt non fossero altro che sue personalideduzioni, del tutto prive di un qualche fondamento di prova.
Quando nel 1960 pubblicai sull'«Evening Standard» una serie di articoli
dedicati al caso di Jack lo squartatore, venni invitato a pranzo da un vecchio
chirurgo di nome Thomas Stowell che mi raccontò la sua incredibile teoria
in proposito: Jack era un nipote della regina Vittoria - l'erede al trono - il
duca di Clarence, morto di asiatica nel 1892. Sowell mi rivelò di essere riuscito
a ottenere alcuni documenti segreti da Sir William Gull, il medico della
regina, il quale aveva fatto straordinari accostamenti fra il duca di Clarence
e Jack, non da ultimo confessandogli che il giovane erede all'atto della
morte era malato di sifilide. Ovviamente, chiesi a Stowell il permesso di
scrivere il prossimo articolo su quella ipotesi. Mi oppose un secco rifiuto, dicendo:
«Non credo che sua maestà sia d'accordo». Ma nel 1970 aveva deciso
di farlo lui stesso, pubblicando un lungo articolo su una rivista intitolata
«The Criminologist». Ad onor del vero, Stowell non fa mai il nome dell'assassino
- che chiama semplicemente S - anche se i riferimenti che conducono
al principe Clarence sono tantissimi e a tratti inequivocabili. La stampa
esaltò la cosa e il caso suscitò grande sensazione. Stowell, già avanti negli
anni, fu così sconvolto dal grande can can che aveva procurato che dopo
qualche settimana moriva di crepacuore, dichiarando sul letto di morte che la
persona di cui aveva parlato nel suo articolo assolutamente non era il duca di
Clarence.
Lo scrittore Michael Harrison, impegnato nella stesura di una biografia di
Clarence esaminato a fondo l'articolo di Stowell, dichiarò che le discordanze
e gli errori contenuti erano tanti e che il fantomatico signor S non poteva essere
il duca. Dopo di che aveva concluso che il dottor Gull si era forse riferito
a S non tanto indicandolo nel duca di Clarence, quanto in qualche altro
personaggio a lui molto vicino. Approfondendo la biografia di Clarence, Harrison
sosteneva di essere riuscito a risolvere il mistero. La confusione riguardava
un certo James Kenneth Stephen, poeta, avvocato il quale era svanito di
mente dopo essere stato colpito al capo dalla pala di un mulino e che, proprio
come Clarence, era morto pazzo ricoverato nel suo stesso istituto nello stesso
anno, il 1892. Harrison smonta così l'accusa relativa a Clarence, precisando
per di più che la notte del delitto a Miller Court, Clarence stava festeggiando
il suo compleanno a Sandringham. Comunque, il tentativo di spostare
i sospetti su Stephen non sembra convincente. È pressoché impossibile immaginare
un giovane e sensibile artista quale era, autore di ottimi versi pubblicati,
squartare e sventrare delle prostitute con furia sadica.
Il successivo libro dedicato a Jack si intitolava, alquanto ottimisticamente,
Jack thè Ripper: The Final Solution (1976). Ne era autore un giovane scrittore,
Stephen Knight, e seguiva un serial televisivo mandato in onda dalla
BBC intitolato Gli archivi del caso Jack, in cui ogni volta veniva presentata
una storia legata alla vicenda dello squartatore narrata da Joseph “Hobo”
Sickert, figlio del celebre pittore vittoriano Walter Sickert. Uno degli episodi
aveva anche chiamato in causa il duca di Clarence, senza però mai indicarlo
come il possibile killer.
Stando alla testimonianza di Hobo Sickert, suo padre e l'erede al trono erano
intimi amici e Clarence folleggiava sovente con l'artista bohémien. Proprio
nello studio di Sickert, in Cleveland Street, a Soho, Clarence aveva incontrato
una giovane modella di nome Annie Crook. La donna era diventata
la sua amante e nel 1885 gli aveva dato una figlia che era stata battezzata Alice
Margaret. Poi, sempre stando alla testimonianza di Sickert, i due si erano
segretamente sposati con una cerimonia privata.
A questo punto la storia si era fatta pepata. Quando la notizia del matrimonio
segreto era arrivata alle sue orecchie, la regina Vittoria era inorridita. Annie
non solo era una donna di poco conto ma era pure cattolica. Il primo ministro,
Lord Salisbury diede subito ordine che madre e figlia venissero rapite.
E così una notte una carrozza si era fermata al numero 6 di Cleveland
Street e le due poverette erano state prelevate con la forza per essere rinchiuse
in manicomio. Qui, proprio il dottor Sir William Gull aveva sottoposto Annie
a una operazione al cervello affinché perdesse la capacità di ricordare.
(Cosa che, detto per inciso, è impossibile. Ancora oggi nessuno sa con esattezza
che cosa sia e dove risieda la facoltà mnemonica, figuriamoci nel 1888).
La figlia venne affidata in adozione a una governante residente nella parte
orientale di Londra, una certa Mary Kelly. Cresciuta, Alice aveva rintracciato
Sickert e ne era divenuta l'amante. Joseph “Hobo” Sickert era il frutto della
loro unione.
Ma un giorno Mary Kelly aveva compiuto il grossolano errore di ricattare la
famiglia reale, avuta notizia da alcune prostitute, con cui era diventata amica,
di chi fosse la bimba che le era stata data in affidamento. Ancora una volta si
era mosso il primo ministro che aveva dato ordine di eliminarle tutte. Al solito,
il compito era stato affidato al dottor Gull, il quale evidentemente aveva
non poche tendenze sadiche. Il metodo da lui applicato era complicato ma
decisamente originale. Girovagava in carrozza nella zona di Whitechapel fino
a quando non intercettava la donna da eliminare; una volta adescata sulla
carrozza la uccideva massacrandola. Suo complice era il cocchiere, un uomo
di nome Netley. (Secondo un'ipotesi recente, proprio Netley sarebbe stato lo
squartatore). E siccome Gull era anche un affiliato alla Massoneria, era solito
lasciare dietro ai suoi delitti delle tracce allusive legate alla ritualistica
massonica, come per esempio gli oggetti ritrovati attorno a Annie Chapman
e la scritta sugli Ebrei chiamati Giudei. Ovviamente, l'ultima vittima era stata
Mary Kelly.
Non ci è dato sapere se Knight credesse veramente a questa insulsa marmellata
di scempiaggini. Probabilmente no. Sapeva che Gull aveva patito un
colpo al cuore nel 1887 e non era assolutamente in grado di ammazzare nessuno.
In aggiunta, un investigatore dilettante, un certo Simon Wood, riuscì a
rintracciare il diario delle spese di Annie Crook, scoprendo che aveva abbandonato
l'alloggio in Cleveland Street sin dal 1886, un anno prima del supposto
rapimento. Come se non bastasse, alcune note biografiche dicono che la
donna visse serenamente una vita più che normale fino al 1920, quando morì
in una casa di riposo. La sua religione era quella della Chiesa d'Inghilterra e
non era affatto la cattolica romana. All'uscita di The Final Solution Wood
aveva segnalato tutte queste informazioni a Knight, affinché potesse per lo
meno correggere l'edizione economica del libro. Ma poiché in un attimo il libro
era diventato un best-seller egli non aveva alcun interesse nel riconoscere
che ciò che Hobo Sickert gli aveva confessato non rispondeva al vero.
In effetti, fu poi lo stesso Sickert ha smentire pubblicamente quanto Knight
sosteneva nel suo lavoro, ammettendo che quanto aveva raccontato sulla faccenda
di Jack lo squartatore era per gran parte mera invenzione. Viceversa, la
storia di Annie Crook e della figlia Alice avuta dal duca di Clarence era vera,
come lo era il fatto che la ragazza era diventata l'amante del padre e quindi
sua mamma. In questo probabilmente Hobo non mentiva. Forse la parte più
convincente del libro di Knight sta nella descrizione dei vari spunti della spinosa
vicenda che Sickert padre aveva comunque badato di rappresentare nei
suoi dipinti.
Non per nulla proprio questa parte della vicenda veniva confermata - o per
lo meno fortemente sostenuta - da un altro libro: Sickert and thè Ripper Crimes
del 1990 a firma di Jean Overton Fuller. Si dimostrava anche che Hobo
Sickert non aveva dunque inventato di sana pianta tutta la sua storia su Jack,
ma che una sorta di singolari coincidenze lo avevano indotto a cadere esistesse
un più che forte collegamento fra il duca di Clarence e i misfatti compiuti
da Jack.
La madre di Jean Overton Fuller aveva un'amica di nome Florence Pash,
un'artista che era anche intima di Walter Sickert. Florence aveva confidato
alla signora Fuller che Sickert conosceva la vera identità di Jack lo squartatore
e che era stato costretto a portarsi dietro quel terribile segreto per tutta la
vita, un segreto che a volte gli aveva reso l'esistenza impossibile e lo aveva
fatto precipitare in lunghi periodi di paura. La Pash aveva anche confermato
che Mary Kelly prima di morire aveva lavorato con Sickert come baby sitter.
È ben noto come Sickert fosse letteralmente ossessionato dalla vicenda dello
squartatore e come ne abbia tratteggiati alcuni eventi salienti nelle sue opere.
Secondo Fuller tutte queste coincidenze attestano che Sickert era il serial
killer, motivato dal fatto di eliminare tutte quelle prostitute che, conosciuto il
segreto suo e di Annie avevano preso a ricattarlo.
La cosa è quanto meno assurda. Per quale motivo mai Sickert avrebbe dovuto
andare in giro per Londra a far fuori puttane solo perché queste erano al
corrente che il duca di Clarence aveva avuto una figlia illegittima? Immaginare
che lo facesse per proteggere il buon nome del suo nobile amico sembra
un'ipotesi che non regge. Poi Jack era un pazzo sadico, che si divertiva un
mondo a sgozzare e smembrare le donne. Walter Sickert sarà pure stato per
tutta la sua vita uno degli uomini più osceni e stravaganti mai nati sulla Terra,
ma di certo non era un sadico.
Ciò che la testimonianza della Pash sembra confermare in modo indubbio è
che il duca ebbe una figlia illegittima, poi divenuta la madre di Joseph
Sickert. In parte giustifica anche la consistente imprecisione della storia narrata
da Hobo, vale a dire che Mary Kelly avesse per qualche tempo accudito
la piccola Alice come baby sitter. Forse provò anche a ricattare Sickert, comunque,
al di là del ricatto o meno, è indubbio che la donna conosceva un segreto
davvero grosso e scottante. Quando la Kelly - probabilmente più per
caso che per altro - era diventata l'ultima vittima della mano omicida del misterioso
killer, non c'è dubbio che Sickert ci avesse scorto dietro la lunga mano
dei servizi segreti di Buckingham Palace. Così quando Hobo Sickert, figlio
di Walter Sickert e di Annie Crook, era venuto a conoscenza di questa intricata
storia di un amore proibito culminato con un assassinio, in cui fra l'altro
entrava un membro della famiglia reale, non aveva potuto fare a meno di
fantasticare che il Palazzo fosse coinvolto fino al collo in quella losca faccenda.
Da ultimo, il libro di Fuller ci ha aiutato a capire perché l'intera storia
era stata inventata.
Eppure, resta ancora aperta una questione, quella fondamentale: chi diavolo
era, dunque, Jack lo squartatore? Nel 1988 anno, diciamo così, celebrativo
del centenario dell'avvio dei delitti sono usciti almeno un'altra dozzina di libri,
con nuove e vecchie teorie rivisitate.
Nel lavoro di Martin Fido intitolato Crimes, Detection and Death of Jack
thè Ripper si ritorna sulle annotazioni originali di Macnaghten, nelle quali,
come il lettore ricorderà, si elencavano tre possibili sospetti: Druitt (che abbiamo
già scagionato), un dottore russo pazzo di nome Ostrog (da cui la storia
del fantomatico “Pedachenko”) e un polacco ebreo, ovviamente pure lui
matto, di nome Kosminski, che era stato rinchiuso in un manicomio nel 1889.
Sir Robert Anderson, all'epoca ispettore aggiunto di polizia, viene anche
menzionato, per via della sua convinzione che Jack fosse un ebreo polacco.
Scartabellando negli archivi dei manicomi, Fido dice di essere riuscito a risalire
a un certo paziente di nome Aaron Kozminski, morto nel 1891, ma il
poveretto era afflitto da delusioni paranoiche e dunque non possedeva certamente
l'intelligenza e la prontezza rivelate da Jack. Ulteriori ricerche avevano
rivelato l'esistenza di un certo Nathan Kaminsy, curato per sifilide nel
marzo del 1888, in merito al quale però non era disponibile alcuna notizia.
Fido lo identifica con David Cohen, altro ebreo polacco, ricoverato in manicomio
nel dicembre del 1888 e morto l'anno successivo. Cohen era tanto violento
da non poter stare con gli altri pazienti. Secondo Fido un uomo che borbottava
il proprio nome, inteso come “Nathan Kamin” avrebbe potuto invece
potuto benissimo chiamarsi “David Cohen”. Vero, come è vero, che Cohen
avrebbe potuto essere lo squartatore. Ma non esiste anche soltanto uno straccio
di prova che attesti che lo sia.
Paul Begg, un altro appassionato del caso, nel suo Jack thè
Ripper: Uncensored Facts riferisce che un intimo conoscente di
Anderson, il dottor D. S.
Swanson, aveva scritto a margine dell'autobiografia di Anderson un commento
in cui si puntualizzava che l'ebreo polacco era morto «nella casa vicino
al mare», affermazione che secondo Begg porterebbe a
identificare Kaminsky-Cohen con lo squartatore.
In The Ripper Legacy Martin Howells e Keith Skinner riportano le loro interessanti
investigazioni legate a un possibile collegamento australiano menzionato
da Daniel Farson, vale a dire la notizia che un certo Lionel un cugino
di Druitt, andato a vivere in Australia, aveva dato alle stampe un libercolo dal titolo Jack thè Ripper - I Knew Him. Una pista che non conduceva a
nulla. Howells e Skinner però fanno propria la conclusione di Farson secondo
la quale Druitt era lo squartatore e che la sua morte per annegamento nel
Tamigi non era stato un suicidio ma un omicidio perpetrato da una associazione
cui apparteneva dai tempi scolastici di Cambridge. La congrega, che si
chiamava “Gli Apostoli”, venuta a sapere che uno degli aderenti era il serial
killer da tutti ricercato aveva deciso di farlo fuori, per evitare in tempo uno
scandalo. Nel libro viene sottolineata la loro metodica applicazione nello
svolgimento delle ricerche. Anche questa ipotesi però è piena di “se” e “ma”,
né più né meno di quella di Fido.
Il “mago nero” Aleister Crowley era convinto che Jack fosse un altro mago.
Roslyn D'Onston Stevenson (che preferiva, per brevità, farsi chiamare solo
D'Onston), il quale avrebbe commesso i delitti come parte di un rituale finalizzato
ad accedere ai poteri magici più straordinari. Crowley si lascia andare
in farneticazioni singolari, che vedono D'Onston cibarsi di parti del corpo
delle sue vittime sul luogo del delitto. Alcune sue sciarpe, macchiate del sangue
delle donne uccise sarebbero poi state trovate sotto il suo letto da una sua
amante lesbica.
In realtà, D'Onston aveva scritto a Scotland Yard per segnalare che conosceva
l'identità di Jack lo squartatore: un medico di nome Morgan Davies. Se
ne diceva certo perché aveva sentito lo stesso Davies descrivere i delitti con
ricchezza di particolari ad alcuni amici medici. I racconti erano così dettagliati
da convincerlo che Jack fosse proprio Davies. La polizia però non aveva
dato retta alla sua comunicazione, ritenendola la lettera di un mitomane.
Nel suo A Casebook on Jack thè Ripper (1976) il criminologo
Richard Whittington-Egan affronta in profondità l'ipotesi
D'Onston, ma giunge a concludere
che il mago era un fantasioso e, alla fine, anche un truffatore.
Melvin Harris, un amico di Whittington-Egan, decise di verificare ciò che
era stato scritto e scoprì che le accuse mosse a D'Onston erano almeno in
parte ingiuste. Alcune sue dichiarazioni che erano state bollate come “fantasticherie”
risultarono invece vere. Il mago in gioventù aveva davvero prestato
servizio in India e aveva combattuto agli ordini di Garibaldi. Il libro di
Harris Jack thè Ripper: The Bloody Truth è un esemplare impegno di ricerca.
Peccato che non riesca a spiegare come sia possibile che un uomo presentatosi
spontaneamente alla polizia dicendo di conoscere l'identità dello squartatore
(per di più indicando prove poco convincenti) possa poi in realtà essere
lui stesso il terribile serial killer.
Un altro interessante apporto alla ricerca su Jack è quello di un contabile
norvegese, Steward Hicks. Scartabellando gli annuari del 1888, Hicks è riuscito
a risalire a un medico di nome John Hewitt, già paziente a Coton Hill,
un manicomio nello Staffordshire. Walter Sickert aveva raccontato di aver
una volta affittato una stanzetta a Camden Town. Affidandogli la chiave della
camera, il padrone gli aveva sussurrato nell'orecchio che l'uomo che la
abitava prima, un certo dottor John Hewitt correva voce fosse Jack, il terrore
di Londra, un tipo strano, che bruciava gli abiti nel camino (per distruggere
le prove) e che a volte stava fuori per tutta la notte. Dopo un po' era intervenuta
la madre che lo aveva fatto trasferire a Bournemouth, dove era morto di
tubercolosi.
Poteva essere successo, si chiede Hicks, che la madre resasi conto che il figlio,
ormai pazzo, era Jack lo squartatore, avesse deciso di internarlo nel manicomio
nello Staffordshire? Da quello che era emerso dalle sue ricerche, risultava
che Hewitt era morto a causa di una «paralisi generale da malattia
mentale» nel 1892. Considerando i tempi, avrebbe potuto essere Jack. Quando
Hicks mi sottopose la sua ipotesi, ricordo di essergli stato d'aiuto nel farlo accedere agli archivi storici del manicomio di Coton Hill, nel frattempo
trasferiti. Venne fuori, purtroppo, che Hewitt si era presentato di sua spontanea
volontà al manicomio ancora prima che la sarabanda dei delitti prendesse
il via. C'era comunque ancora una flebile speranza per tenere in piedi la
teoria immaginata da Hicks. Poiché Hewitt si era presentato volontariamente
al manicomio, gli era concesso andare e venire, e anche di uscire a piacimento.
Se, dai registri, si fosse riscontrato che nelle date dei crimini compiuti
da Jack, Hewitt non era presente in manicomio, la possibilità che lui fosse
il killer si riapriva. Il controllo, eseguito sui registri pubblici, diede però esito
negativo: le date delle sue uscite non coincidevano con quelle dei delitti.
Malgrado tutto, Hicks mi confidò che continuava a essere certo che Hewitt
fosse il serial killer e prima o poi ce l'avrebbe fatta a dimostrarlo. Da parte
mia, non ho potuto che fargli gli auguri, ma non condivido il suo ottimismo.
Altre ipotesi, fra le tante sbocciate in occasione del centenario della prima
nefandezza compiuta dallo squartatore, indicano l'assassino nelle figure di
Frank Miles, un artista omosessuale (morto pure lui pazzo) amico di Oscar
Wilde e di Jospeh Barnett, l'uomo che aveva convissuto con
Mary Kelly fino a poco prima della sua morte. La prima teoria
- sostenuta da Thomas Toughill - presta il fianco alla stessa
obiezione mossa a quella di Harrison, vale
a dire che un artista amante del bello e dell'estetica, sensibile e colto difficilmente
ha il temperamento, la cinica determinazione di compiere i trucidi atti
eseguiti dallo squartatore. Brace Paley, invece, l'autore che sostiene la seconda
ipotesi, presenta evidenze più concrete indicando Barnett. Chiunque
uccise Mary Kelly si tirò dietro la porta della camera e la chiuse a chiave -
per molto tempo la chiave non venne trovata - e ovviamente Barnett poteva
avercene una. Ma è anche vero che la porta avrebbe potuto essere già chiusa
prima ancora del delitto. In aggiunta, Barnett era un uomo piccolo e di modesta
corporatura. Immaginare che abbia trucidato cinque donne perché follemente
innamorato di Mary e geloso che la donna battesse il marciapiede,
sembra una eventualità davvero un po' troppo forzata.
Nel corso del centenario è uscito anche un mio libro scritto unitamente a
Robin Odell. Si intitola Jack thè Ripper: Summing up and Verdict. In una sua
precedente opera Jack thè Ripper in Fact and Fiction datata 1965, Odell suggeriva
che Jack fosse uno shochet ebreo, vale a dire un macellatore rituale, le
cui tendenze sadiche stimolate dalla particolare professione trovavano particolare
esaltazione nel massacrare donne. Ipotesi plausibile, non fosse che resta
del tutto inspiegabile immaginare come mai un macellatore rituale dedito
a sgozzare capretti nel corso di riti religiosi improvvisamente abbia sentito la
spinta omicida e perversa di trasformarsi in un terribile serial killer. Poiché le
già scarse prove che avrebbero potuto in qualche modo confortare questa ipotesi
sono andate tutte distratte nel corso della seconda guerra mondiale, la
teoria non può che restare tale, anche se, a onor del vero, va considerata come
una delle più accreditate e possibili.
A partire dagli anni Ottanta il fenomeno criminale dei serial killer ha incominciato
a catturare l'attenzione dei mass media, stimolando studi e ricerche
psicologici - in particolare presso l'Unità di studi comportamentali del
dipartimenti dell'FBI con sede a Quantico, in Virginia - che hanno saputo
gettare nuova luce sull'inquietante tematica. (Volendo approfondire rimandiamo
al libro The Serial Killer di C. Wilson e D. Seaman del 1990). Che
cosa sanno dirci di nuovo queste ulteriori ricerche a proposito di Jack lo
squartatore? Tanto per incominciare, la maggior parte dei serial killer proviene
da classi sociali basse, il serial killer di estrazione sociale medio-alta
è raro, probabilmente perché il tipo di severa frustrazione che esplode nel
soggetto trasformandolo in un assassino nasce e si determina nelle ristrettezze
di una fanciullezza difficile. Ciò significa che a proposito di Jack, potremmo,
con una certa sicurezza, incominciare a scartare tutte quelle teorie
che lo indicano come personaggio appartenente a una condizione di questo
tipo (non solo alta o aristocratica, ma anche media, come per esempio nei
casi della ipotesi di Matters sul dottor Stanley o quella di Morgan Davies su
D'Onston).
Una parte fondamentale del fascino esercitato e venutosi a creare attorno a
Jack è anche molto legata al concetto, quasi certamente errato, di avere a che
fare con un assassino tipo Dracula il vampiro, che preferiva mutilare le sue
vittime piuttosto che suggere loro il sangue. In realtà, per quanto possa sembrare
una osservazione per lo meno singolare, il serial killer è di solito una
persona normale, che tende all'ordinario, che non si fa notare. In molti casi
sono così gentili e premurosi nei confronti dei vicini di casa, che quando vengono
scoperti è l'incredulità il primo sentimento che prende coloro che li conoscono
e li frequentano nella vita di tutti i giorni. Lo strangolatore di Boston,
Albert DeSalvo, rientra in questa categoria; lo stesso dicasi per Peter
Kürten, il sadico di DUsseldorf e Earl Nelson, il gorilla assassino, un uomo
giovane e attraente cui piaceva discutere la Bibbia.
Quasi sempre lo stesso killer non riesce a darsi ragione di che cosa lo spinga
a compiere i delitti e, naturalmente, se non lo sanno loro i criminologi ne
sanno ancor di meno. Nel settembre del 1980 quattro uomini di colore a Buffalo
e a Niagara Falls vennero uccisi con un fucile calibro 22; a ottobre era
toccato ad altri due vetturini a cui venne strappato il cuore dal petto. Per farlo l'assassino aveva aperto e divaricato la gabbia toracica, dimostrando di
possedere nozioni mediche. A dicembre dello stesso anno, a New York, altri
quattro uomini di colore vennero uccisi da un uomo che avvicinatili in strada
li aveva freddati.
Nel gennaio dell'anno dopo, un bianco, una guardia privata diciottenne di
nome Joseph C. Christopher, si scagliò con un coltello da cucina contro un
soldato nero cercando di evirarlo. In carcere, Christopher confessò di essere
lui l'assassino di Buffalo e il maniaco di New York. La gente che lo aveva conosciuto
a Buffalo rimase di sale: si era sempre comportato in modo irreprensibile,
né era noto come razzista o omosessuale (tutte le vittime erano
uomini). Era cresciuto nel quartiere italiano in una famiglia dove un padre severo
e autoritario soffocava una madre indolente e disinteressata - gli stessi
precedenti dello strangolatore di Boston - ma suscitava in lui un grande rispetto.
La violenza l'aveva ereditata da lui e dal suo modo di fare. La morte
del genitore, avvenuta nel 1976 quando aveva appena quattordici anni, lo
aveva sconvolto.
Christopher per primo non sapeva spiegarsi perché si sentisse spinto a uccidere.
Come “mostro”, insomma, Joe Christopher è una delusione totale, però
ci offre un'immagine realistica della vera natura, del vero aspetto di un serial
killer, che, come detto, non è quasi mai un folle maniaco dai comportamenti
sociali scriteriati.
Dunque le probabilità che anche Jack lo squartatore fosse una persona ordinaria
e normale sono alte. Quasi di certo non era neppure pazzo nel senso letterale
della parola, come “Pedachenko” o violento come Kazminsky-Cohen.
È per questo che sperare di identificarlo a un secolo di distanza è mera utopia.
In altre parole, Jack era un illustre “signor nessuno”.
Tuttavia, per quanto possa suonare strano, un sospetto su un personaggio
simile è comunque stato sollevato. Dopo che nel 1959 il giornalista Daniel
Farson aveva mandato in onda il suo programma su Jack, aveva ricevuto la
lettera di un uomo misterioso che si firmava semplicemente G. W. B., un settantasettenne
che viveva a Melbourne, in Australia. Ecco il contenuto dello
scritto:
Da ragazzo, diciamo attorno al 1889, una sera verso le 9,00, mentre stavo serenamente
giocando giù in strada, mia madre per convincermi a salire in casa mi ha aveva gridato
dalla finestra: «Vieni subito a casa Georgie se non vuoi che JTR [Jack The Ripper] ti
prenda». Quella stessa sera mi si era avvicinato un uomo, che dandomi un buffetto sulla
testa mi aveva detto: «Non preoccuparti Georgie. Tu saresti l'ultima persona che jtr verrebbe
a prendere» [Da quel che pare di capire, quest'uomo sarebbe
stato il padre di Georgie, nato nel 1850 e quindi
trentanovenne all'epoca dei delitti]. Purtroppo mio padre era
un beone incallito e non c'era sera che rientrando a casa non ne combinasse qualcuna a
noi bambini e alla povera mamma. Nel 1902 incominciai a frequentare una scuola di
boxe, così che una volta, fattomi più sicuro, avevo trovato il coraggio di dire a mio padre
che se si fosse ancora permesso di picchiarci e di umiliare in quel modo la mamma,
mi sarei sentito in dovere di rispondere per le rime. Da quel giorno non alzò mai più la
mano su di noi, ma non mi rivolse più la parola. Più tardi sono emigrato in Australia.
Venni avvisato della partenza con tre giorni di anticipo e la mamma sperava che in quel
breve intervallo potessi vincere l'orgoglio e salutare anche
papà. Fu proprio in quell'ultima occasione di riappacificazione che lui, forse per scaricarsi la coscienza, mi raccontò
quella pazza storia e degli infernali e terribili omicidi, consigliandomi anche di cambiare
cognome, perché prima di morire aveva la ferma intenzione di confessare ogni cosa.
Così, una volta giunto a Melbourne, cambiai cognome. Quando nel 1912 mio padre morì
lessi avidamente tutti i giornali, alla ricerca di una qualche sensazionale notizia.
La quale non venne mai. Secondo Georgie, il padre era diventato un ubriacone
perché desiderava ardentemente avere una figlia femmina. La prima donnina
di casa era arrivata, ma purtroppo si trattava di una bimba gravemente ritardata,
un'imbecille. Tutti gli altri figli che l'avevano seguita erano maschi. «Ricordo
che quando papà mi confessava i suoi delitti, mi disse che non riusciva a
comprendere che cosa lo spingesse a uccidere, sentiva solo un forte desiderio
di bere e poi di andare a massacrare le puttane che lo fermavano per strada».
Di mestiere il padre di Georgie andava in giro a raccogliere il letame. Ebbene
una volta, dopo aver ucciso una di quelle donne, si era accorto di avere
i pantaloni tutti sporchi di sangue e li aveva sepolti sotto un mucchio di letame.
Qualche tempo dopo qualcuno aveva fatto dono alla moglie di un pastone
di salsiccia, che andava conservato al caldo. Allora Jack (questo era il nome
del padre) era andato a sistemarlo sotto il letame. Proprio in quel momento
era passato un poliziotto che tanto per parlare aveva intavolato il discorso
su Jack lo squartatore. Durante quel colloquio il padre di Georgie era
sbiancato come un lenzuolo.
Molti assassini sadici commettono i loro crimini sotto l'influsso dell'alcol e,
sotto il profilo psicologico, il racconto del misterioso Georgie calza abbastanza
bene. Inoltre un uomo autoritario, un rozzo cafone che malmena la
moglie e che dunque prova disprezzo per il sesso opposto e per tutte le donne
in genere, potrebbe benissimo essersi sentito salire dentro una rabbia omicida
irrefrenabile ogni qual volta una prostituta lo avvicinava per strada offrendogli
i suoi servizi. Risulta anche strano immaginare un uomo quasi ottuagenario
che vive in Australia mettersi a scrivere una storia inventata, per
inscenare chissà quale scherzo. Infine, dando per buona la testimonianza, diventa
altrettanto difficile immaginare per quale motivo il padre al tempo della
sconcertante confessione avesse sentito la necessità di inventarsi una storia
simile se non fosse stato davvero lui il killer.
Non è da escludere, anche se è passato molto tempo, che la consultazione degli
archivi storici consenta di risalire alla lista dei passeggeri che in quel giorno
del 1902 salparono per l'Australia e identificare così il misterioso “G. W. B.”
e da lui riuscire a risalire al padre, un certo Jack (con un cognome che iniziava
forse con la lettera B), nato nel 1850 e morto nel 1912, che di mestiere andava
a raccogliere letame nel rione di Whitechapel attorno al 1888. Non abbiamo
alcuna prova concreta che quest'uomo sia stato Jack lo squartatore, tuttavia
fra le miriadi di ipotesi questa suona plausibile e concreta.

Postscriptum.
Nel 1993 alla già nutrita serie di papabili si è andato ad aggiungere un nuovo
nome, così come suggerito in un libro dal titolo The Diary of
Jack thè Ripper. L'autore del diario, rintracciato su un vecchio blocco di appunti, era un
certo James Maybrick, commerciante di cotone di Liverpool, la cui giovane
moglie Florence era stata accusata di aver tentato di avvelenarlo. Florence
era stata riconosciuta colpevole e condannata a morte, in seguito condonata.
Nel diario si legge che Maybrick era un “consumatore di arsenico” (in piccolissime
dosi l'arsenico è un formidabile stimolante) e che bruciava letteralmente
di sdegno e gelosia per le non infrequenti infedeltà della giovane moglie.
Per motivi di lavoro Maybrick aveva trascorso molti anni nella zona di
Whitechapel e, stando alla testimonianza del diario, aveva trovato il modo di
sfogare la sua furia contro Florence massacrando prostitute.
Anche se sulla autenticità del diario sono state mosse molte critiche, più o
meno polemiche, una valutazione approfondita dello scritto lo attribuisce
proprio a James Maybrick, il quale in questo caso, per sua stessa ammissione,
sarebbe stato il mostro di Londra, il mitico Jack lo squartatore.
 
CAPITOLO 30.
L'UOMO GRIGIO DEL BEN MACDHUI.

Al ventisettesimo Meeting annuale generale del Cairngorm Club di Aberdeen,
svoltosi nel dicembre del 1925, l'eminente scalatore professor Norman
Collie fece una dichiarazione esplosiva. Raccontò che nel 1890, mentre stava
scalando in solitaria il picco del Ben MacDhui, a 1200 m sul livello del
mare, aveva vissuto un'esperienza terrificante. Sulla strada del ritorno, ormai
lasciato il picco per raggiungere il sottostante pianoro, improvvisamente si
era trovato avvolto in una fitta nebbia. Subito dopo aveva avvertito dei rumori
alle spalle. «Era come se qualcuno stesse camminando dietro di me,
mantenendo un distacco di pochi passi». Dapprima si era detto di non preoccuparsi
e così aveva fatto; ma dal momento che lo scalpiccio che lo seguiva
era continuato aveva incominciato ad agitarsi. «Ero terrorizzato e presi a
camminare più velocemente, quasi lanciandomi in modo del tutto incosciente
da un masso all'altro per alcune miglia, fino a raggiungere la foresta di
Rothiemurchus».
A dirla tutta, Collie aveva già raccontato la storia ventitré anni prima ad alcuni
amici in Nuova Zelanda e il suo resoconto era stato ripreso da un giornale
locale che aveva titolato: Il panico del professore. Come conseguenza
della sua confessione, un altro scalatore scozzese,
il dr. A. M. Kellas - che sarebbe
poi morto in una spedizione di ricognizione sul monte Everest nel
1921-22 - aveva scritto a Collie, raccontandogli quello che era capitato a lui
sul picco del Ben MacDhui. Un pomeriggio lui e l'amico Henry stavano perlustrando
i contrafforti del picco alla ricerca di cristalli, quando all'improvviso
avevano scorto una figura gigantesca scendere con rapidità dalle balze della
montagna. Dopo pochi istanti era scomparsa, ma da quel momento in avanti
per tutto il tempo della discesa a valle avevano provato la netta sensazione
di essere seguiti da quel misterioso “gigante”.
Insomma, uno yeti o “abominevole uomo delle nevi” sui pendìi del Ben
MacDhui. Ma le testimonianze di altri scalatori e testimoni resero sin da subito
chiaro che la situazione non era proprio quella. Peter Denshman, un pilota
che durante la seconda guerra mondiale aveva l'incarico del salvataggio
aereo nel territorio del Cairngorm, durante un'intervista ad un reporter, disse
che un giorno, nel maggio del 1945, lasciato il villaggio di Aviernore, aveva
deciso di scalare la montagna. All'improvviso, mentre stava puntando verso
Ben Nevis, era scesa una fitta nebbia che l'aveva costretto a fermarsi. Si era
messo seduto e aveva mangiato un po' di cioccolata, disturbato da alcuni
strani rumori, come dei crepitìi, che in prima battuta aveva attribuito ai movimenti
di dilatazione termica delle rocce. Poi, di colpo, aveva avuto la certezza
che lì vicino ci fosse qualcuno che lo stava spiando. Un senso di angoscia
l'aveva attanagliato. Balzato in piedi, aveva avvertito rumori di passi
nella direzione del picco. Incuriosito, si era diretto laggiù «tutto sommato,
neppure troppo spaventato». Poi in un attimo era stato preso dal panico e da
un forte senso di apprensione che lo aveva spinto a precipitarsi di corsa verso
Crag Lurcher e il suo profondo crepaccio. «Sapevo che davanti a me c'era
il pericolo, ma riuscii a fermarmi solo a costo di un enorme sforzo di volontà.
Era come se qualcuno mi stesse spingendo verso il baratro. Quando
provavo di deviare il mio cammino, quella forza mi contrastava, creandomi
gravi difficoltà...». Per quasi tutto il tempo del ritorno era piovuto in modo
abbondante.
Un'altra volta Densham si era trovato sul picco in compagnia di un amico,
Richard Frere, intenti a cercare gli eventuali rottami di un aereo che si diceva
si fosse schiantato sulla montagna. Se ne stavano seduti su una roccia
quando Densham aveva sentito l'amico parlare ad alta voce come se stesse
parlando da solo. Solo dopo si era reso conto che l'amico si stava rivolgendo
a qualcuno. «Giratomi, mi ero avvicinato anch'io per prendere parte alla conversazione.
Ma c'era qualcosa di strano. Era un'esperienza singolare, che mi
sembrava psichica più che reale. Per un po' parlammo dunque con qualcuno
che ci era del tutto invisibile e solo dopo fummo in grado di renderci conto
che in realtà lassù non c'era nessun altro all'infuori di noi. Stranamente, dopo,
nessuno di noi fece cenno a quella conversazione strana e straordinaria,
né ricordava il contenuto». A riprova di questo, quando Frere era stato avvicinato
da Affleck Gray, un ricercatore che stava mettendo insieme questi singolari
eventi in un libro intitolato The Big Grey Man ofBen MacDhui, questi
non ricordava affatto l'episodio raccontato da Densham. Ma anche lui aveva
vissuto le sue strane avventure su quella montagna, che descrisse a Gray come
«la montagna più strana che abbia mai incontrato». Un giorno, per esempio,
era salito fino all'alto passo di Lairig Ghru, appena al di sopra del picco
del Ben MacDhui, e se ne stava tranquillo a rimirare gli aspri contrafforti del
Crag Lurcher, con la sua cascata d'acqua. Ad un tratto, senza apparente motivo,
si era sentito come incanalato in una morsa di pensieri “tristi e sgradevoli”
e così si era alzato per rimettersi in movimento. Ma ansietà e depressione
lo avevano nuovamente assalito. In quel preciso momento si era reso
conto di non essere solo. «Vicinissimo a me, penetrando l'aria che un dolce
vento d'estate stava sollevando, c'era una presenza, astratta ma intensamente
reale».
Poi Frere aveva notato anche qualcos'altro. «Il silenzio della montagna era
rotto da un suono monotono e intenso, una sola nota che avvertivo vicino alle
corde percettive del piano astrale, un suono fisso che non cresceva né scemava...
Ebbi l'impressione che quel suono provenisse direttamente dal ventre
della montagna stessa». Una nota che perdurò fino a che non arrivò al
Crag Lurcher e che qui si era fatta così flebile da non riuscire più a distinguere
se l'udisse ancora veramente oppure se la percepisse soltanto come
un'eco nella sua mente. Al contrario, la misteriosa presenza non l'aveva abbandonato,
anzi aveva preso a far sentire una specie di urgenza: «una specie
di urgenza fatta di disperazione, come se volesse fargli intendere quanto desiderasse
abbandonare quella montagna che lei stessa infestava...». Poi era
seguito un lampo di terrore e tutto era svanito.
L'esperienza dell'unica nota, del solo monotono suono provata da Frere non
sembra essere un evento così raro come Frere pare suggerire. Nella sua biografia
intitolata The Infinite Hive l'eminente psicologa e ricercatrice Rosalind
Heywood chiama questo suono “il canto”. Lo descrive come «una specie di
quasi-suono interiore continuo e vibrante. Il paragone più esemplare ci viene
dal sordo rimbombo che si ascolta quando si accosta una conchiglia all'orecchio,
oppure dal ronzio sordo di una dinamo lontana». La Heywood afferma
che per lei avvertire “il canto” è cosa facilissima, le basta distaccarsi dal contesto
e porre tutta la sua attenzione verso di esso. Aggiunge: «In certi posti è
più avvertibile che non in altri. I migliori sotto questo profilo sono i boschi,
oppure una brughiera deserta o una montagna solitaria». Ma anche librerie e
chiese “funzionano” bene, come tutti quei luoghi in cui «devozione, raccoglimento
e riflessione si sono mantenuti intensi per tanto tempo». L'atmosfera
che viene indotta da questo canto particolare è tuttavia diversa da quella
innescata da un canto religioso; proprio come il suono di un oboe si distingue
da quello di una tromba suscitando nel nostro animo sensazioni differenti. La
Heywood ricorda di aver incontrato quattro persone che le hanno parlato di
questo suono. Una volta ne aveva discusso, più per curiosità che per altro,
con un giovane suo paziente, un ingegnere del tutto razionalista, e questi senza
indugio le aveva rivelato, per la sua sorpresa : «Oh, sì, anch'io lo sento,
soprattutto quando mi trovo in luoghi in cui si sono consumate forti emozioni».
Sotto questo aspetto, dunque, “il canto” sembrerebbe una specie di “ricordo”,
una reminiscenza. La Heywood dice di poterlo avvertire con una certa
facilità, specie ogni qual volta entra in una camera dove qualcuno ha molto
pensato e meditato. Una cosa per lei sembrerebbe certa: non si tratta di vibrazioni
umane, visto che l'affollatissima stazione del metrò di Hampstead -
la più profonda di Londra - è uno dei pochi luoghi in cui non le è mai successo
di avvertirlo. «Il silenzio era morto».
Se, dunque, “il canto” si rende udibile soprattutto nei posti che sono stati intensamente
vissuti dal punto di vista del pensiero, non è davvero da escludere
che il fenomeno debba riallacciarsi a un “ricordo”. Nel 1840 un professore
americano di anatomia, James Rodes Buchanan, arrivò alla interessante
conclusione secondo la quale ogni oggetto si porta appresso la sua storia come
un'impronta che lo accompagna per sempre. Una storia che i sensitivi sono
in grado di leggere se solo possono toccare e tastare l'oggetto. Egli chiamò
questa specialissima facoltà psichica col nome di psicometria. Nel corso dei
suoi esperimenti, Buchanan appurò che le lettere scritte a mano sono degli ottimi
“registratori” dello stato d'animo dello scrivente, soprattutto se sta esprimendo
una forte emozione. Nei primi anni del XX secolo lo scienziato e parapsicologo
Sir Oliver Lodge avanzò la teoria che i “fantasmi” potrebbero essere
dei “ricordi” scaturiti da forti emozioni associate con
qualche importante accadimento tragico capace di impregnare i
muri dei luoghi a tal punto da
rendere sensibile l'intera storia alla percezione di un medium o di una persona
sensitiva, in grado di “leggere” gli eventi se non addirittura di riviverli.
Circa mezzo secolo dopo, un prelato di Cambridge di nome Tom Lethbridge
propose un'analoga teoria fondata sul principio di “registrazione” o ricordo
intrappolato nella materia. Secondo lui questi ricordi sono come impressi in
un campo elettrico. Montagne, mari, deserti, foreste hanno tutti il proprio
speciale tipo di campo. (A suo dire, il miglior campo registrante sarebbe
quello dell'elemento acqua e sarebbe proprio per questo che i fantasmi sono
sovente associati a luoghi umidi o vicini all'acqua).
A questo punto, riesaminando le affermazioni della Heywood, si può immaginare
che quando avverte quello che lei chiama “il suono”, non stia percependo
altro che qualche campo elettrico che, considerate le qualità, potremmo
quasi quasi battezzare “campo psichico”. Come mai Richard Frere si sia
imbattuto in questa energia sulle pendici del picco del Ben MacDhui resta un
mistero, sebbene offra comunque una conferma che il senso di minaccia e depressione
da lui avvertito non fosse soltanto un'impressione, ma qualcosa di
più e di più concreto.
L'episodio di Frere e Densham che conversano con l'entità invisibile sembra
ancora più strano; anche se non è da escludere che stessero rispondendo
a una qualche “presenza” a livello psichico, come se stessero sognando. Ipotesi
che, fra l'altro, spiegherebbe perché Frere non avesse più mantenuto memoria
del pur singolare fatto.
Sempre Frere raccontò a Affleck Gray un'altra curiosa storia, che aveva
avuto come protagonista un suo caro amico, il quale aveva deciso di passare
una notte sul Ben MacDhui per vincere una scommessa. Una notte di gennaio
aveva dunque montato la sua tenda sulla cima del picco. (Non si tratta di un
picco artificiale, ma una impervia formazione naturale nata da una forte azione
erosiva degli agenti atmosferici). Ad un tratto anche lui aveva incominciato
a percepire quello strano senso di irrealtà e che «il pensiero diventava
morbosamente analitico». Frere aveva spiegato: «Non aveva la sensazione di
diventare matto da un momento all'altro. La paura che lo stava prendendo era
relativa all'imminente scontro con una conoscenza superiore che da quel momento
in avanti l'avrebbe reso diverso da tutti gli altri suoi conoscenti. Si
sentiva come il recipiente vuoto e involontario di una raffica di impulsi di
pensiero nuovi e rivoluzionari, costruiti e architettati da una mente superiore
e onnisciente. E quella mente non pareva essere né umana né anti-umana. In
altre parole, non aveva niente a che fare con lui».
Poi si era addormentato, ma solo per ridestarsi di soprassalto «assalito da
una paura terrificante». La luce della Luna si infiltrava attraverso il telo della
tenda. Fermando per un attimo lo sguardo aveva intravisto una specie di
ombra scura e aveva intuito al volo che «fra lui e la Luna si era improvvisamente
interposto qualcosa». Per lunghi, interminabili istanti se n'era stato
immobile come congelato, fino a quando l'ombra non era scomparsa. Allora,
preso coraggio, aveva scostato il telo della tenda: «La notte era limpida e
brillante. A circa una ventina di metri si poteva così
scorgere una grande creatura scura che stava scendendo con
grande calma lungo il pendio. Aveva così
descritto quella visione perché il misterioso essere esercitava su di lui una
formidabile impressione di potenza». Poteva essere alto circa due metri, sul
capo aveva corti capelli scuri. Stava eretto troppo correttamente per essere
una scimmia, il busto era ampio ma sottile, con le spalle larghe. Nel libro di
Gray è riportata la fotografia di alcune impronte rintracciate sulla neve del
Ben MacDhui. L'impressione è che siano esattamente identiche a quelle ben
più famose dell'“abominevole uomo delle nevi” scoperte nel 1951 da Eric
Shipton nel ghiacciaio del Menlung sull'Everest.
Frere si domandava se la misteriosa creatura fosse reale, oppure un prodotto
dell'immaginazione dell'amico, in quella strana e “irreale” condizione
mentale in cui era venuto a trovarsi.
Nel libro The Secret ofSpey anche la scrittrice Wendy Wood racconta la sua
esperienza sul Ben MacDhui. In un giorno di neve aveva raggiunto l'accesso
al passo di Lairig Ghru e stava ormai predisponendosi a rientrare a valle
quando aveva sentito una voce di “gigantesca risonanza” echeggiarle vicinissimo.
«Sembrava una lingua dalle dure consonanti e dalle vocali piene come
il gaelico». In prima battuta le venne in mente che forse c'era qualcuno da
qualche parte nella neve che si era fatto male e stava chiedendo aiuto; ma una
perlustrazione tutto attorno non aveva dato alcun frutto. Era sola. A questo
punto era stata presa dal panico e allora si era affrettata. Ma mentre scendeva
le sembrava di essere seguita, che qualcuno le andasse dietro passo passo.
«Aveva la strana sensazione che ci fosse qualcosa che le camminava subito
dietro». Dapprima aveva pensato all'eco dei suoi stessi passi; poi si era resa
conto che i rumori dell'inseguimento non corrispondevano, né erano sincronizzati
con quelli del suo procedere. Nel libro la Wood si interroga su che cosa
sia accaduto quel giorno sul Ben MacDhui, chiedendosi se quegli strani
accadimenti possano essere stati «la concretizzazione delle fantasie della razza,
ancorate a un posto particolare e preciso, sensazioni avvertibili solamente
da quelle persone la cui sensitività razziale ancestrale è aperta e pronta a ricevere
le primigenie e antiche sensazioni di paura del tempo passato». Per
farla breve e per dirla in altre parole, ciò che l'autrice suggerisce è che anche
per lei il “fantasma” del Ben MacDhui è un'impronta, una registrazione, un
ricordo.
Ipotesi che, entro certi limiti, pare pienamente confermata da un'altra storia
raccontata dalla scrittrice Joan Grant nel suo libro Time out of Mind. Il libro
rivela un'autrice dotata di notevoli qualità psichiche. Anche lei vive un'esperienza
sul fatidico picco. Lei e il marito non erano ancora propriamente sul
monte, ma molto più in basso nei pressi di Aviemore; Grant suggerisce si trovassero
lungo il sentiero che conduceva al passo di Lairig Ghru, nelle vicinanze
del ponte di Coylum. Senza alcun apparente motivo, d'un tratto si era
sentita prendere dalla paura. «Qualcosa, profondamente maligno, a quattro
zampe eppure oscenamente umano, invisibile eppure consistente abbastanza
da farmi udire il peso delle sue zampe, stava cercando di raggiungermi. Se
mai ci fosse riuscito, sarei certamente morta, perché ero troppo spaventata
per anche solo pensare a che cosa fare per difendermi». Si trovava in una
condizione di puro terrore. «Incominciai a correre. Percorsi qualche centinaio
di metri e mi resi conto di aver superato una specie di barriera impalpabile e
invisibile, al di là della quale potevo considerarmi in salvo. Ero certa di essere
al sicuro esattamente come solo un attimo prima lo ero di essere in pericolo mortale. Si era trattato di una certezza inequivocabile, quella stessa che
può avere un torero in mezzo all'arena con un toro infuriato che si appresta a
caricarlo».
Una cosa che sembra emergere con costanza in tutte queste storie che hanno
come sfondo il picco del Ben MacDhui è che la manifestazione principale
del fenomeno consiste in un improvviso senso di depressione cui segue
quasi subito il panico. Nel racconto della Grant viene sottolineato un altro
aspetto ancora. Tom Lethbridge, che già abbiamo citato, osserva che queste
repentine, quanto sgradevoli, sensazioni di paura sembrano avvertirsi solo
all'interno di una ben precisa area, così che non risulta agevole allontanarsene
con pochi passi. In proposito rammenta un caso personale. Un giorno,
assieme con la moglie Mina, era andato alla spiaggia di Landram, nel Devon,
per raccogliere alcuni semi di fiori per il giardino di casa. Nel preciso
punto in cui sulla spiaggia confluiva un piccolo ruscello che scendeva dalla
collina, tutte e due contemporaneamente avevano sperimentato una singolare
sensazione di tristezza. «Sono passato come dentro uno strato di nebbia,
di depressione e, credo anche, di terrore». La signora Mina non aveva cambiato
il programma della giornata ed era andata a raccogliere i semi desiderati
all'altra estremità della spiaggia, ma era tornata indietro con molta celerità
dicendo: «Non avrei potuto restare in quel posto un attimo di più. C'è
qualcosa di spaventoso laggiù». La settimana dopo erano tornati. Di nuovo,
la giornata era grigia e spenta e nuovamente erano stati aggrediti da un senso
di grave disagio, che Tom riuscì a fotografare come la sensazione di un
odore pestilenziale. Sembrava aleggiasse proprio tutto attorno e con una tale
intensità da farlo stare male. Poi Mina aveva risalito il pendio fino in cima
per poter trarre uno schizzo. Una volta là, però, aveva avvertito una forza
urgente che la invitava a gettarsi giù dallo strapiombo. Più tardi Tom era
venuto a sapere che proprio in quel preciso punto erano stati consumati numerosi
suicidi.
Egli notò anche che era possibile rendersi conto, in qualche modo, diciamo
così, di entrare e uscire dalla condizione di “depressione”. In merito cita un
altro caso che lo riguardava, quello dell'anziana vicina di casa, morta in circostanze
misteriose, forse a seguito di esperimenti di magia nera non andati
a buon fine. Ebbene, attorno alla sua casa aleggiava una sensazione a dir poco
“spiacevole” che era però possibile superare, attraversando un'invisibile
barriera di confine, quella stessa già ricordata dalla Grant.
Gray mette insieme molti casi per supportare la teoria della “registrazione”
sostenuta da Lethbridge. Il poeta scozzese James Hogg, noto
anche come Ettrick il pastore (perché era pastore di
professione), raccontò che un giorno vide
una mandria di animali delle Highland avvicinarsi al fiume. Dal momento
che i loro padroni non avevano il diritto di farlo, aveva allora inviato un
pastore per allontanarli dal territorio proibito e altri due
messi muniti di bastoni e randelli. Ma quando erano arrivati
in loco non solo non c'era traccia
di mandrie, ma neppure sul terreno si rivelava alcuna impronta. Quel giorno
nessuno aveva notato una mandria nel distretto. Si trattava di una specie di
“miraggio”, oppure di un'esperienza di “registrazione” in cui riviveva un antico
passato?
Sempre Gray cita il libro The Mountain Vision dello scalatore Frank S.
Smythe. Questi racconta che in una bella giornata di sole, mentre stava valicando
le alture che da Morvich conducono a Loch Duich, con davanti agli
occhi lo splendido panorama di candide nuvole che incorniciavano le cime
dei colli e in lontananza l'azzurro del mare, si era ritrovato in un piccolo anfratto
soleggiato ed erboso dove all'improvviso aveva avvertito una presenza
negativa. «Era come se chissà quando in quel posto fosse accaduto qualcosa
di brutto e terribile e il tempo, malgrado il suo scorrere, non fosse riuscito a
decontaminare l'ambiente».
D'istinto, Smythe aveva lo stesso deciso di fare colazione proprio in quel
posto. Mentre stava fumando la pipa, si era reso conto che la negatività dell'atmosfera
stava facendosi sempre più pesante. E così, apertosi alla sensibilità
di quel luogo, era stato in grado di comprendere il perché. Gli sembrò di
prendere parte a qualcosa avvenuto chissà quando, un tremendo massacro.
Vide un gruppo di poveri derelitti sbandati che cercavano di trovare rifugio in
quella piccola enclave assaliti da altri uomini che, usciti allo scoperto, li avevano
massacrati con asce e lance. Aggredito dalla paura, si era affrettato ad
andarsene, ma mentre si allontanava gli era sembrato di sentire ancora le urla
e i lamenti degli uccisi. Assunte informazioni, era poi venuto a sapere che
esattamente in quella piccola gola la storia locale ricordava il massacro di un
gruppo di highlanders scozzesi da parte dell'esercito regolare inglese; anche
se aveva continuato a ritenere che quello a cui aveva assistito nella visione
non corrispondeva a quell'episodio, ma a qualcos'altro. «Indumenti e armi
appartenevano senz'altro a un'epoca ancora più antica».
Difficile al cospetto di tanti racconti in cui si parla di presenze invisibili ma
quanto mai concrete infestanti il picco del Ben MacDhui immaginare che “il
grande uomo grigio” possa essere considerato nient'altro che una sorta di
“registrazione”, di memoria psichica del luogo. Prendiamo, per esempio, la
storia di George Duncan, avvocato e alpinista di Aberdeen, il quale è assolutamente
convinto di avere incontrato il diavolo in persona lungo le pendici
della misteriosa montagna. Lui e l'amico scalatore James A. Parker, stavano
scendendo dal cosiddetto Punto del Diavolo per immettersi lungo la strada di
Derry, quando: «All'improvviso, sono rimasto come paralizzato dallo spavento
scorgendo davanti a me un essere sconosciuto, alto e vestito di nero -
in altre parole, la classica raffigurazione del diavolo, avvolto in un mantello
dalle lunghe maniche, le braccia ondeggianti - che mi veniva incontro». Mi
sembrava avvolto in una leggera nuvola di fumo. Ad una svolta del percorso
la spaventevole figura scompare alla vista e sparisce. Parker verificando l'episodio
annota: «Fu solo la sera a cena che George mi disse di quella visione
che tanto l'aveva turbato. Calcolando il sito, dovevamo trovarci a circa un
miglio da Derry Lodge. Da qui, mentre stava scrutando la collina vicina che
si alza sulla destra aveva incrociato il diavolo, a una distanza di poche centinaia
di metri, che sembrava stesse andandogli incontro, le braccia ondeggianti».
Forse la spiegazione al tempo stesso più singolare e per certi versi più interessante
di questo fenomeno in cui si è imbattuto Gray nel suo lavoro, è quella
proposta dal capitano Sir Hugh Rankin Bart e sua moglie. Rankin era un
buddista mahayama e la signora una buddista di scuola zen. Un giorno in bicicletta
stavano andando da Rothiemurchus a Mar transitando dal passo di
Lairing Ghru. Sebbene fosse luglio, la temperatura al valico era piuttosto rigida.
Arrivati al Pools o' Dee, di colpo avevano avvertito la “presenza” dietro
di loro. Voltatisi avevano visto un uomo alto e slanciato, robusto, dai lunghi
capelli, vestito con tunica e sandali. «Non provammo timore. Essendo
buddisti capimmo al volo di che si trattava. Ci inginocchiammo in segno di
obbedienza». Essi, infatti, avevano riconosciuto nel misterioso personaggio
un Bodhisattwa, ossia «uno dei cinque Perfetti che controllano il destino del
mondo e che si incontrano una volta all'anno in una grotta segreta dell'Himalaya».
Stando alla testimonianza di Sir Hugh, l'uomo si era rivolto loro
parlando sanscrito, mentre lui aveva rispettosamente risposto in urdu. «Per
tutto il tempo trascorso con il Bodhisattwa [circa una decina di minuti] abbiamo
sentito nell'aria una soave musica celestiale... Non appena l'uomo
scomparve anche la musica cessò di colpo». In parte, sembra che anche questi
due testimoni abbiano vissuto un'esperienza legata a quel fenomeno che
abbiamo chiamato “il canto”. Il riferimento al sanscrito fa venire subito alla
mente il fatto narrato da Wendy Wood, e ci chiediamo se per caso il linguaggio
che l'autrice ha definito gaelico non fosse, per l'appunto, il sacro idioma
indiano.
Poco prima di morire F. W. Holiday, l'autore di un libro sul mostro di Loch
Ness ritenuto ormai un classico della letteratura del mistero (vedi il Capitolo
14) ha proposto un'altra affascinante teoria. A suo dire, creature come l'Uomo
Grigio, il mostro di Loch Ness, il puma del Surrey e probabilmente anche
l'“abominevole uomo delle nevi” dei monti himalayani farebbero parte di
quella che lui chiama la “congrega dei fantasmi”, esseri che appartengono a
un altro mondo o a una dimensione diversa dalla nostra. Nel libro The Goblin
Universe, Holiday ricorda alcune tradizioni legate al Fear Liath More (il
Grande Uomo Grigio della mitologia celtica) e afferma:
Pan, il dio dalle gambe caprine, non è divertente da incontrare... Il primo sintomo che
ci avverte della sua presenza è la paura, il panico, una sensazione che l'Oxford Dictionary
definisce «un terrore irragionevole e eccessivo, inspiegabile; dal greco panicos, vale
a dire del dio Pan, a cui si attribuiva l'insorgere del panico»... Un fenomeno non localizzabile
nel Caimgorms. Hamish Corrie, mentre stava approdando alla vetta dello Sgurr
Dearg a Skye, disse di essere stato costretto a tornare indietro di gran carriera, perché l'aveva
assalito un terribile attacco di panico.
Anche John Buchan riferisce un analogo effetto provato sulle vette delle Alpi
bavaresi. Racconta un episodio avvenuto nel 1910. In una bella giornata di
sole, mentre stava rientrando in compagnia di un villeggiante straniero da
una passeggiata nel folto di una grande pineta, all'improvviso e senza alcun
apparente motivo erano stati presi da un attacco di panico. Senza dirsi niente
l'un l'altro, ma all'unisono, avevano incominciato ad accelerare il passo e poi
a correre a rotta di collo fino allo stremo per raggiungere la valle. In proposito
lo stesso Buchan ricorda la testimonianza di un amico, il quale gli aveva
confessato che mentre stava scalando il monte Jotunheimen in Norvegia
«aveva corso a perdifiato per difendere la cara e bella vita». Insomma, pare
che il panico, l'azione di Pan, non abbia davvero né limiti né confini.
Ma Holiday fa un passo in più, collega la “congrega dei fantasmi” col fenomeno
degli UFO. In proposito cita personalità e studiosi importanti come John
Keel, il quale, partito all'inizio della sua ricerca convinto che il fenomeno
fosse riconducibile a astronavi provenienti da altri mondi, ha
finito con l'accettare l'ipotesi che tutto questo scaturisca
da un'altra dimensione, dal momento
che questi eventi sembrano essere contraddistinti da elementi e caratteri
di ordine soprannaturale. In uno dei suoi tanti fortunati libri, Creature
dall'ignoto, Keel racconta di una misteriosa, gigantesca figura alata vista a
più riprese nel territorio della Virginia occidentale, descrivendo la straordinaria
sensazione di panico scaturita dalla visione. Al pari di Lethbridge, Keel
osserva che le zone o località all'interno delle quali circoscrivere queste sensazioni
di terrore sono precise e delimitate, tanto da poterci entrare o uscire
con un solo passo, come valicando una invisibile linea di confine. Nelle zone
di avvistamento di Mothman si sono registrate anche molte osservazioni
ufologiche.
Alquanto stranamente, Affleck Gray per cercare di spiegare il mistero dei
fenomeni che infestano il Ben MacDhui non disdegna di riportare anche l'ipotesi
dei “visitatori dallo spazio”. Ricorda che nel 1954 un ex tassista di nome
George King inaugurò a Caxton Hall a Londra la Società Eteriana. King
era un visionario. Sosteneva di aver incontrato Gesù Cristo a Holdstone
Down, nel Devon settentrionale, e di aver ricevuto la comunicazione di essere
stato prescelto come canale privilegiato di collegamento fra il mondo degli
uomini e altre intelligenze dello spazio. Gli era stato detto di viaggiare in
tutto il mondo, perché il suo compito precipuo era quello di “caricare” dell'energia
cosmica necessaria per un contatto diciotto montagne terrestri. Una
di queste era il Creag an Leth-Choin, a meno di cinque chilometri di distanza
dal Ben MacDhui. Proprio in questo luogo, nelle viscere più profonde della
montagna, esisteva un auditorium a cupola, dove i membri della Grande
Fratellanza Bianca si riunivano. Un altro gruppo di visionari, quello della Accademia
della Verità Attiva di Edimburgo, sosteneva che il picco del Ben
MacDhui era «diventato un punto di riferimento per gli atterraggi degli esseri
dello spazio». Tuttavia, da come il capitolo sui visitatori alieni viene presentato
e impostato, sembra di capire che Gray guardi a questa teoria con
estremo scetticismo.
Volendo a tutti i costi provare a offrire una spiegazione di ordine scientifico
ai fenomeni infestanti del Ben MacDhui, crediamo che la risposta sia contenuta
nella stessa montagna: si tratta di qualcosa di naturale, una specie di “forza
tellurica” in qualche modo riconducibile al magnetismo del pianeta. Sappiamo
che sulla superficie della Terra esistono dei luoghi dove gli uccelli
smarriscono i loro percorsi perché le linee di forza magnetiche in qualche modo
sembrano annullarsi, dando forma a vertici magnetici disorientanti. Anche
i cosiddetti “cacciatori di leys” (tracce telluriche) sono convinti che i “leys” -
linee di forza che collegano luoghi sacri come chiese, tumuli e pietre erette -
siano fondamentalmente delle tracce energetiche di forza magnetica. A questo
proposito, sono molti i ricercatori convinti che nei luoghi in cui queste linee di
forza sono più potenti gli accadimenti “soprannaturali” possono avvenire con
maggiore frequenza: in effetti, questi siti sono i più adatti a registrare le intense
emozioni umane, con i conseguenti effetti che vengono definiti di “infestazione”.
Questa ipotesi darebbe giustificazione a Frank Smythe e alla sua avventura
visionaria del terribile massacro della valle “infestata”.
Volgendoci ora a una spiegazione non scientifica, si potrebbe dar credito a
quanto da sempre dicono le popolazioni primitive, ossia che il nostro pianeta
è un gigantesco essere vivente, che certi luoghi sono di per sé sacri perché
abitati dagli spiriti. Il nostro modo di pensare tende a scaricare queste credenze
come ingenue superstizioni; ma molti viaggiatori che hanno condiviso
con questi popoli il loro modo di vivere si sono dichiarati assai meno rigidi e
più possibilisti in merito. Nel libro The Lost World ofthe Kalahari Laurens
Van der Post racconta che quando aveva chiesto alla sua guida Samutchoso
di portarlo presso i Boscimani del Sudafrica, questi lo aveva prima condotto
alle colline di Slippery. La guida gli aveva detto che nel sacro territorio di
quei luoghi non si poteva cacciare, altrimenti gli dèi si sarebbero risentiti. Dimenticandosi
del pregiudizio, Van der Post aveva colpito un facocero. Ebbene,
da quel momento in avanti tutto era incominciato ad andare storto. Quando
Samutchoso aveva cercato di pregare era stato respinto come da una forza
invisibile; tutti gli strumenti tecnici che si erano portati dietro non funzionavano
più; insomma, un disastro. Allora la guida aveva “consultato” gli spiriti
ed era entrato in conversazione con entità invisibili. Uscito dalla trance,
aveva riferito a Van der Post che gli dèi erano in collera con lui e che lo
avrebbero fatto morire se solo si fosse ancora azzardato a pregare. Alla fine
Van der Post aveva proposto di scrivere e inviare un messaggio di scuse agli
dèi irati. Lo scritto, infilato in una bottiglia chiusa, era stato interrato alla base
di una roccia sacra. La cosa funzionò: gli spiriti si erano pacificati e gli
strumenti avevano ripreso a funzionare. Per il tramite della guida, le stesse
entità preannunciarono a Van der Post che al rientro lo attendevano brutte notizie.
Ed infatti un messo gli era venuto incontro per dirgli che il padre era
morto e che doveva fare rientro a casa immediatamente. Dopo questa esperienza,
Van der Post dichiara di non aver più avuto dubbi sulla realtà degli
“spiriti della Terra”, quegli stessi venerati e onorati dai popoli primitivi.
Prima di chiudere, ancora il punto di vista di F. W. Holiday, secondo il quale
fenomeni come l'Uomo Grigio potrebbero trovarsi a metà fra due tipi di
spiegazione, quella scientifica e quella naturale. Anche se, alla fine, egli resta
dell'idea che l'uomo civilizzato occidentale potrà trovare una risposta a tutti
questi misteri solo quando riuscirà a imprimere confini più ampi e intuitivi al
suo modo di fare e intendere la scienza.
 
CAPITOLO 31.
FATE.

Il "piccolo popolo" appartiene
al mondo fatato?
Nell'estate del 1897 il poeta W. B. Yeats andò a vivere a Coole Park, a
Galway, nella dimora di Lady Augusta Gregory, divenuta sua cara amica e
patrona, e i due si erano subito impegnati a raccogliere testimonianze a proposito
delle storie fatate presso i contadini locali. Da parte sua Yeats era già
autore di due vaste raccolte di miti e fiabe irlandesi, tratte dai racconti di prima
mano dei villici della sua terra natale, Sligo. Per questo si era ormai convinto
che la maggioranza degli Irlandesi non solo accettava questo genere di
folclore come una sorta di superstizione quanto piuttosto come un aspetto
concreto del vivere quotidiano.
Mentre il padre del poeta era totalmente scettico, il giovane Yeats era cresciuto
propenso a credere all'esistenza del piccolo popolo e delle fate, come
una specie di reazione al mondo materialistico che lo circondava, insomma,
vivendo questo credo come una piacevole fantasia. Ma la ricerca congiunta
operata assieme con Lady Gregory lo aveva vieppiù confermato nella sua
convinzione, giungendo addirittura a fargli ritenere l'esistenza del mondo fatato
come un aspetto del mondo reale e concreto. G. K. Chesterton, che Yeats
incontrò molti anni dopo e che sarà un suo biografo, rimase impressionato da
questa idea forte che egli nutriva nei confronti del piccolo popolo, al punto da
scrivere:
Aveva l'atteggiamento del razionalista eccentrico, originale, quello che dice che le fate
tengono testa alla ragione. Aggrediva i materialisti accusandoli di un materialismo astratto,
ben diverso dal suo, se così si può dire, misticismo concreto. «Fantasia!» avrebbe
esclamato con evidente disprezzo. «Non mi pare che ci sia tanta immaginazione nel racconto
del fattore Hogan che viene tirato giù del letto e trascinato come un sacco di patate,
cosa che loro gli hanno fatto» e avrebbe proseguito, col suo lieve accento irlandese
caricato d'ironia: «saltati fuori per prenderlo e portarselo via e non mi pare proprio che
questo sia un genere di eventi che appartiene alla immaginazione».
Poi Chesterton insiste, mettendo in risalto un punto molto importante:
La cosa decisiva sta nel fatto che non sono tanto persone svitate e genialoidi come gli
artisti, quanto piuttosto persone comuni, semplici e umili paesani, a dichiararsi testimoni
di migliaia di casi come questo; ripeto, sono le persone comuni, i contadini che vedono
le fate. È l'agricoltore che chiama badile il badile e spirito uno spirito; è l'umile taglialegna
che non ha motivo alcuno di tirare acqua al suo mulino... che racconta, spaventato,
di avere veduto un impiccato e, qualche istante dopo di averne scorto il fantasma
aggirarsi attorno alla forca.
Tanta era la passione di Yeats che, solo qualche anno dopo, riuscì a convincere
il grande orientalista W. Y. Evans Wentz - arcinoto per la sua bella traduzione
de Il libro tibetano dei morti - a dedicarsi con slancio allo studio del
folclore e delle fate. Il primo risultato del suo impegno fu The Fairy Faith in
Celtic Countries del 1911, un libro ricco e impegnato, basato su una consistente
ricerca di base. All'opera contribuì anche sotto anonimato un caro amico
di Yeats, il poeta AE (George Russell) con un capitolo intitolato Una testimonianza
del misticismo irlandese, in cui egli descrive le sue osservazioni
del mondo fatato con la stessa accuratezza e precisione con cui un antropologo
descriverebbe una razza umana o una tribù: esseri splendenti, esseri opalescenti,
elementali delle acque, dei boschi, elementali inferiori:
La prima [fata] che scorsi non la potrò mai scordare...: dapprima vidi un lampo di luce,
poi mi resi conto che esso proveniva dal cuore di una piccola figurina il cui corpo pareva
fatto di aria mezza trasparente o opalescente; attraverso quel corpicino si irradiava come
un fuoco elettrico, che aveva il fulcro all'altezza del piccolo cuore. Tutto attorno alla
testa e ai lunghi capelli ondeggianti e voluminosi, simili a sottili fili dorati, potevo
scorgere un contorno aureo come lievi ali. Dall'essere sembrava sprigionarsi per ogni
dove un fiotto di luce. Dopo la visione, l'effetto che mi prese e mi rimase a lungo fu un
profondo senso di leggerezza e gioia, che non esiterei a definire estasi.
Wentz non esita a affermare che le prove concrete e scientifiche dell'esistenza
delle fate sono schiaccianti, perché «in merito a questo genere di fenomeni
le testimonianze si contano a centinaia».
Ma le fatine di AE rientravano essenzialmente nella categoria delle “visioni”,
quella cui appartengono anche centauri e unicorni. Nel 1920, nove anni
dopo l'uscita del citato libro di Wentz, l'opinione pubblica venne coinvolta
in un altro caso clamoroso, ancora una volta di più attestante agli occhi del
mondo non solo la concretezza dell'universo fatato, ma la consistenza reale
del piccolo popolo. Il titolo della copertina natalizia della rivista «Strand»
annunciava a chiare lettere: «Evento epocale... descritto da Conan Doyle».
In apertura l'articolo presentava subito la fotografia di una ragazza, vestita
con un grazioso abito di cotone bianco, seduta sull'erba, una mano protesa
per lasciarci saltellare sopra un minuscolo gnomo. In una seconda immagine
si vedeva una ragazza ancor più giovane, con lo sguardo languidamente rivolto
verso l'obiettivo, mentre dinanzi a lei danzava un gruppo di quattro fatine,
con ali lievissime. La didascalia posta a corredo della prima fotografia
recitava: «Questa immagine e quella ancor più straordinaria con le fatine
della pagina 465, sono due fra le più incredibili fotografie che mai siano state
pubblicate a riprova della concreta esistenza del piccolo popolo».
Il dibattito che ne seguì era destinato a durare indomito per i sessantanni
successivi.
Le ragazze ritratte rispondevano ai nomi di Elsie Wright e Frances Griffiths,
abitanti nel villaggio di Cottingley nello Yorkshire. Le fotografie erano state
scattate circa tre anni e mezzo prima, nell'estate del 1917, e avendo superato
critiche e controlli piuttosto severi, erano ritenute da molti assolutamente autentiche.
Il villaggio di Cottingley si trovava a breve distanza da Bradford, tanto che
oggi è stato praticamente inglobato dalle sue appendici periferiche. Nel 1917
però era ancora tutto circondato da boschetti e vasti spazi prativi. Nell'aprile
di quell'anno al villaggio erano arrivate dal Sudafrica la piccola Frances
Griffiths e la mamma, Annie. Il padre, militare, stava combattendo sul fronte
francese. Nelle dichiarazioni successive, la ragazza raccontò che sin dai primi
momenti in cui si era stabilita nel villaggio, aveva avvertito la palpabile
presenza del piccolo popolo, specie in un campo vicino alla loro casa, nel
punto in cui scorreva un ruscello, che scendendo verso una piccola valle andava
a lambire il margine del loro giardino. Ecco la descrizione del primo incontro
con una fatina, nei pressi del ruscello:
Una mattina, dopo la scuola, mi recai come al solito nel mio posto preferito, vicino al
ruscello, nel punto in cui un salice si protendeva verso l'acqua... ad un tratto mi accorsi
che una foglia di salice, all'improvviso, si era stranamente messa a vibrare da sola. Una
sola foglia. Già l'avevo notata prima ma senza farci caso. Non c'era un filo di vento ed
era veramente strano che solo quella piccola foglia, unica, vibrasse in quel modo... osservando
meglio ebbi così modo di scorgere un piccolo omino, tutto vestito di verde, che
sembrava cavalcare lo stelo della foglia, trattenendolo con le mani. Pareva lo scuotesse
verso qualcosa che stava osservando. Non mi mossi, per evitare di spaventarlo; ma non
appena fu lui a vedermi, in un attimo era scomparso...
Un'esperienza straordinaria ed era stato proprio per questo motivo che Frances
aveva deciso di non farne parola con nessuno.
Man mano che l'estate sbocciava in tutta la sua fioritura, l'attrazione che la
ragazza provava verso il magico luogo era cresciuta, al punto da farle trascorrere
quasi tutto il suo tempo libero nei pressi del ruscello in attenta osservazione.
Un giorno, messo un piede in fallo sulla riva scivolosa del
pìccolo rio, era caduta nell'acqua, bagnandosi fino alla vita.
Tornata a casa, la madre
l'aveva sgridata e le aveva chiesto di promettere che non si sarebbe mai
più recata in quell'angolino di prato. Ma Frances non aveva potuto accontentarla,
perché il richiamo delle fatine era diventato per lei qualcosa di irresistibile.
Finché un giorno, in cui aveva nuovamente fatto ritorno a casa tutta bagnata,
sotto le pressioni della madre e della zia Polly era stata costretta confessare
il suo segreto, esclamando con un sospirone: «Ebbene sì, vado laggiù perché
vedo le fate! Ecco perché ci vado: per vedere le fatine!».
A questo punto, fra la crescente sorpresa delle due donne, era intervenuta la
cugina di Frances, la diciassettenne Elsie Wright. Non solo l'aveva difesa,
ma aveva confessato che pure lei poteva vedere le fatine del piccolo popolo.
Nessuna obiezione poteva anche solo scalfire la certezza delle ragazze. Stando
a quanto scriveva Doyle, era stata questa improvvisa solidarietà a far nascere
nelle due cuginette il desiderio di dare concretezza alle loro dichiarazioni.
Così in un assolato sabato di luglio del 1917, Elsie aveva chiesto al padre,
Arthur Wright, di imprestarle la sua macchina fotografica a lastre. Il padre si
era rivelato titubante, perché non solo l'apparecchio era nuovo fiammante,
ma il costo delle lastre di sviluppo delle immagini era piuttosto alto. Alla fine,
però, aveva ceduto alle insistenze e consegnato la macchina.
Le due ragazze si erano precipitate al ruscello e dopo poco
più di mezz'ora già erano
di ritorno. Dopo il tè, il padre era stato benevolmente costretto a sviluppare
le lastre.
Sviluppando la prima lastra, si poteva scorgere Frances appoggiata su un
gomito, mentre il davanti pareva picchiettato con dei foglietti di carta chiara.
Poi, però, a sviluppo terminato, le macchie chiare avevano assunto la ben
precisa fisionomia di quattro fatine saltellanti, munite di leggiadre ali che
spuntavano sulle spalle.
Le madri delle giovani non sapevano che pensare. Ambedue si stavano da
qualche tempo appassionando allo studio della teosofia, il movimento filosofico
e religioso fondato da Madame Blavatsky, in cui si sostiene che al di là
delle apparenze materiali, la nostra realtà è in verità abitata da molte genie di
esseri invisibili, fra cui, per l'appunto, gli spiriti della natura o elementali.
Pertanto, sul piano meramente teorico, le due donne non potevano dissentire.
Arthur Wright, invece, era del tutto scettico: «Ci state imbrogliando!», protestava.
«Non è vero!», si difendevano animosamente le ragazze.
Il signor Wright sapeva che Elsie era un'ottima artista e si era convinto che
le fatine non erano altro che delle figurine ben sagomate, ritagliate e sovrapposte,
anche se un'immediata ricognizione nella camera della ragazza non
aveva portato a scoprire neppure il pur minimo ritaglio di cartoncino, traccia
del possibile lavoro di sagomatura delle figurine fatate. In aggiunta, a dispetto
di minacce e paroloni, le due ragazze avevano continuato a mantenersi salde
nella loro testimonianza. Poi, per qualche tempo la questione era stata lasciata
cadere. Ad agosto però le ragazze erano tornate alla carica, chiedendo
di nuovo in prestito la macchina fotografica. Questa volta, lo sviluppo della
fotografia vedeva Elsie seduta sull'erba intenta a osservare uno gnomo danzante.
Dissero che nel prato vicino al ruscello capitava spesso di imbattersi
negli gnomi. Dopo questa provocazione, che per lui era una vera e propria
sfida, Wright aveva deciso di non concedere più la macchina fotografica. Nel
frattempo venivano ricavate molteplici riproduzioni di ciascuna lastra impressionata.
Alla fine, tutto sarebbe finito nel dimenticatoio non fosse stato per la Società
teosofica. Subito dopo la guerra, con i terribili lutti conseguenti, lo spiritismo
e la teosofia avevano raccolto migliaia di adepti e la Unity Hall di
Bradford dove la Società era solita riunirsi, contava sempre il tutto esaurito.
Dopo un incontro in cui si era parlato anche di fate e di piccolo popolo, Polly
Wright si era avvicinata all'oratore e gli aveva raccontato delle fotografie.
Questi aveva chiesto di poterle vedere e in breve copie delle immagini avevano
incominciato a girare nei circoli teosofici della città.
Dopo qualche tempo, Polly aveva ricevuto una lettera da Edward L. Gardner,
responsabile della Loggia teosofica di Londra. Era eccitato dalla straordinarietà
delle fotografie e chiedeva con urgenza di poter disporre degli originali
e delle lastre. Ottenuti i negativi, ne aveva tratto delle copie. In merito
Gardner si manteneva alquanto aperto. In una lettera a Conan Doyle scriveva:
«Ho ricevuto il plico contenente i negativi delle immagini, unitamente a
due lastre arrivate imballate via posta dopo due giorni. Una
era limpida e nitida, l'altra decisamente sovraesposta... la
prima idea che mi sono fatto è che
da ciascun negativo è stato tratto un positivo, che gli originali sono rimasti
intoccati, e che sono stati tirati nuovi negativi più marcati da utilizzare per altre
stampe ancora». Poi Gardner aveva sottoposto il materiale ricevuto all'esame
di un fotografo professionista, Harold Snelling. Un ex assistente di
Snelling gli aveva confessato: «Sappia che se Snelling ignora qualcosa a proposito
di falsificazione fotografica è perché si tratta di aspetti poco importanti,
che non meritano di essere conosciuti».
Snelling esaminò con grande attenzione la fotografia in cui comparivano le
quattro fatine danzanti (la lastra meglio riuscita) e riferì a Gardner: «Questa
lastra è stata impressa una sola volta... Le fatine che danzano non sono ritagliate
nella carta né in altro materiale, né sono dipinte e neppure fotografate
a parte e poi sovrapposte allo sfondo di base, in aggiunta, quel che maggiormente
mi sconcerta è che mentre si stava scattando la fotografia le figurine si
stavano senz'altro muovendo».
Ovviamente, questo era proprio ciò che Gardner desiderava sentirsi dire. Da
quel momento incominciò a presentare queste immagini in tutti gli incontri
teosofici che andava a tenere in giro per il paese. Finché nell'estate del 1920
nella storia si inserì l'autorevole figura di Conan Doyle, il celebre scrittore
creatore di Sherlock Holmes, il quale si fece vivo con Gardner.
L'ormai sessantenne Doyle non era un teosofo, tuttavia in quegli ultimi anni
si era avvicinato e molto appassionato allo spiritismo. Combinazione, proprio
in quel momento la rivista «Strand» lo aveva contattato per la redazione
di un lungo articolo sulle fate e sul piccolo popolo. Quale miglior occasione
per presentare le fotografie scattate a Cottingley? Sembravano quasi un dono
celeste, arrivato dall'aldilà. A prima vista, appena visionate le immagini,
Doyle era rimasto interdetto, freddo e incredulo. Una lunga discussione con
Gardner lo aveva però fatto mutare d'avviso e quasi quasi si era convinto della
genuinità dei manufatti. Il passo successivo sarebbe stato quello di poterne
ottenere delle altre.
Verso la fine di luglio del 1920 Edward Gardner si recò per la prima volta a
fare visita alla famiglia Wright; Frances era assente, trovandosi col padre a
Scarborough. In quanto al padre di Elsie, Gardner si rese immediatamente
conto che era poco propenso ad affrontare l'argomento e che quella singolare
situazione non gli era affatto gradita. Era convinto che le fotografie fossero
truccate, al punto che quando venne a sapere che Doyle, da lui grandemente
stimato, si era espresso in favore dell'autenticità, ne era rimasto sconcertato
e deluso.
La moglie invece aveva accolto Gardner con grande giovialità, mentre El-
sie lo aveva condotto nel praticello delle apparizioni nel punto preciso, nei
pressi del ruscello, dove erano state scattate le fotografie. Qualcuno, vedendo
le immagini, aveva espresso ulteriori dubbi, sostenendo che il paesaggio
appariva un po' troppo “magico” e dunque sospetto per poter essere autentico,
con quei minuscoli funghi a ombrello e le cascatelle; ma quando Gardner
aveva visitato il luogo aveva potuto constatare che tutto era esattamente
così. Tornato, riferì a Doyle del suo entusiasmo e della convinzione, ormai
pressoché assoluta, che le ragazze dicessero il vero. Quando Doyle si imbarcò
per recarsi in Australia per una serie di conferenze sullo spiritismo,
Gardner era tornato sul posto, questa volta armato di una nuova macchina
fotografica e di almeno una dozzina di lastre di sviluppo, tutte attentamente
numerate. (A questo proposito, è alquanto singolare che a nessuno venisse in
mente di chiedersi quante immagini erano state scattate dalle testimoni. Non
avendolo mai saputo, non siamo neppure in grado di numerare la totalità
delle fotografie).
In questa occasione, Gardner ebbe modo di incontrare Frances, all'epoca
quattordicenne, appena rientrata da Scarborough per le vacanze estive. Gli ci
volle poco per convincersi che le due ragazze erano medium portentose. Ma
il tempo non si rivelò favorevole. Nebbia e pioggia e una visibilità compromessa
impedirono a Gardner di scattare anche solo una fotografia. Lasciata la
macchina alle ragazze era così rientrato a Londra. Frattanto, era continuato a
piovere per due settimane.
La mattina del 19 agosto non sembrava diversa dalle altre: nebbia e foschia.
Più tardi però il cielo si era rasserenato e l'atmosfera ripulita e così le due ragazze
avevano deciso di mettere mano alla macchina fotografica. Fecero ritorno
con due altri scatti, che vennero immediatamente sviluppati dall'incredulo
Arthur Wright. Nella prima foto si poteva osservare una fatina alata, con
i capelli tagliati a zazzera secondo la moda, appoggiata su un ramoscello, nell'atto
di porgere a Elsie il fiore di una campanella. Nella seconda, si vedeva
Frances col viso voltato di profilo, per osservare un'altra fatina che le svolazzava
attorno. Il piccolo essere non stava volando, ma era sospesa in aria,
dal momento che le alucce erano vistosamente alterate dal movimento frenetico.
Gardner fece esaminare anche queste due fotografie da un esperto, il
quale dichiarò che a suo giudizio non si notavano segni di alterazione o manomissione.
L'ultima immagine venne scattata il 21 agosto 1920, in una giornata chiara
ma uggiosa. Definita da Frances la foto del «bagno di sole fatato», vi si vedono
due fatine che sembrano predisporre una specie di leggerissimo telo sopra
un ciuffo d'erba, quasi a formare una tettoia, un posticino protetto. Frances
dichiarò di aver visto sovente esseri del piccolo popolo realizzare queste
strutture, probabilmente per starsene al caldo e al riparo nei giorni meno belli.
Singolare è il fatto che, al di là delle dichiarazioni e delle
fotografie di Cottingley, non era la prima volta - né sarebbe
stata l'ultima - in cui un testimone
umano segnalava questa abitudine. Le fatine di questa immagine presentavano
una consistenza semi trasparente che per gli scettici sarebbe stata la
prova lampante della doppia esposizione, mentre per gli assertori sarebbe stato
l'effetto esercitato dal freddo sulla costituzione eterica
degli esseri elementali.
Poiché Doyle aveva pubblicato l'articolo su «Strand» prima di partire per
l'Australia, non aveva ovviamente potuto fare riferimento alle ultime tre fotografie.
Nonostante questo, il materiale presentato nel pezzo comparso nel
numero natalizio era già sufficiente a sollevare un vero e proprio polverone
di discussioni. Le fatine di Cottingley divennero in meno che
non si dica l'argomento di discussione all'ordine del giorno
di tutta Londra. Inutile ricordare
l'indignazione degli scettici, allibiti dalla ingenuità della gente. La loro tesi
di base, venne pubblicata su «Truth» il giorno 5 gennaio. Eccola, in sintesi:
«Per una completa e ragionevole spiegazione delle fotografie delle fatine
non occorre avere una profonda conoscenza dell'occulto, perché basterebbe
avercela delle due ragazze».
Uno dei detrattori più accaniti, un medico di nome Major Hall-Edwards, si
spinse ancora più in là: «Critico l'atteggiamento di tutti coloro che dichiarano
esserci qualcosa di sovrannaturale nelle circostanze che hanno condotto
alle fotografie delle fate, perché, in qualità di medico, ritengo che inculcare
idee tanto assurde nella mente ancora ingenua dei giovani sia pericoloso, potendosi
in futuro manifestare in modo negativo in disordini nervosi e disturbi
mentali». (Viene spontaneo chiedersi che cosa ne pensasse mai, il dottor
Hall-Edwards di quei genitori che facevano credere ai loro figli che Babbo
Natale era una persona in carne e ossa).
In compenso, la maggior parte dell'opinione pubblica era schierata in favore
delle due giovani visionarie. Sul «The South Wales Argus» si leggeva: «Il
giorno in cui con le nostre fredde statistiche ci sbarazzeremo anche di Babbo
Natale, ebbene non avremo fatto altro che far sprofondare un mondo glorioso
nel buio più terribile e profondo». Mentre il «City News» scriveva, ancor
più pragmaticamente: «A questo punto sembra non ci siano alternative: o credere
nel quasi incredibile mistero del mondo fatato oppure nell'altrettanto incredibile
enigma di una serie di fotografie contraffatte».
Anche Doyle, ancora in Australia, venne letteralmente deliziato dalle nuove
immagini. Scrisse a Gardner: «Confesso che il mio cuore è sobbalzato, quando
trovandomi in Australia ho ricevuto la sua nota e veduto le nuove fotografie,
che altro non fanno che confermare i risultati già da noi pubblicati.
Sono certo che nel momento in cui le nostre fatine verranno accettate, molti
altri fenomeni psichici troveranno una nuova e pronta accoglienza... era da
tempo che nel corso delle nostre sedute spiritiche ci veniva preannunciata
l'imminente manifestazione di un segno palese».
Nel marzo del 1921, tre mesi dopo la pubblicazione del primo articolo, la
stessa rivista pubblicava il secondo intervento di Doyle, corredato e arricchito
con le nuove fotografie. La reazione del pubblico fu ancora più violenta
della prima volta; la critica più feroce da parte degli scettici fu notare la strana
coincidenza che gli abiti e le capigliature delle fatine risultavano troppo
sospettosamente alla moda. Per altri, invece, la falsità delle immagini era testimoniata
dalla loro troppo accentuata rispondenza alla iconografia tradizionale
dei soggetti, così come presentata nei tanti libri del folclore fatato. Coloro
che difendevano come autentiche le immagini, sostenevano che la parte
fisica costituente le fatine consisteva in una proiezione ectoplasmatica, che si
basava sul pensiero e sull'aspettativa che le percipienti si erano fatte in proposito.
Ma siccome sia Elsie che Frances erano due giovani che seguivano la
moda dei tempi, le loro fatine nascevano da una sorta di ibrido incrocio fra
un'idea tradizionale e una di modernità.
In breve le immagini fecero il giro del mondo e il dibattito sulle fatine di
Cottingley divenne sempre più animato. Tuttavia la seconda serie di fotografie
non influenzò quasi per nulla il peso della bilancia, visto che per l'opinione
pubblica non aggiungeva altri elementi alla questione.
Un problema niente affatto trascurabile stava nel fatto che le due ragazze
erano minorenni e come tali le loro attestazioni non avevano alcun valore legale.
D'altro canto, i genitori non potevano testimoniare per loro, dal momento
che non avevano mai avuto alcuna visione del piccolo popolo. Sarebbe
bastata una fotografia scattata da un adulto, pronto a giurare davanti a un
tribunale che quella immagine non era truccata per dare una svolta decisiva
al dibattito.
A questo punto entrò in scena Geoffrey Hodson, un sensitivo che sosteneva
pure lui di vedere le fatine, il quale si presentò a Cottingley per vedere di che
si trattava. Arrivò con la moglie e Edward Gardner nell'agosto del 1921.
Gardner si fermò una settimana. Ma il tempo pessimo impedì qualsiasi osservazione
Il giorno dopo la sua partenza, sia Hodson che le due ragazze dichiararono
di aver avuto la gioia di osservare molti “spiriti naturali” (come li
chiamava il sensitivo, nel suo taccuino di appunti), ma ancora una volta non
vennero scattate fotografie. Visti i buoni risultati, Hodson e la moglie decisero
di fermarsi ancora e le osservazioni si fecero sempre più frequenti; tuttavia
non ci fu verso di ottenere una fotografia. Alla fine, si era dovuto arrendere
ed era ripartito.
A questo punto il caso sembrò essere giunto al capolinea, dal momento che
non si riuscivano ad apportare nuove prove e testimonianze. Nel 1922 Doyle
diede alle stampe un libro intitolato The Corning of thè Fairles. Sebbene contenesse
molte altre immagini e la descrizione di numerosi casi di avvistamento
di esseri elementali, non servì a convincere gli scettici. E così per circa
quarantanni Elsie e Frances vennero dimenticate.
Finché nel 1965, Elsie, ormai sessantenne, venne rintracciata nelle Midlands
da Peter Chambers, un reporter del «Daily Express». Chambers era
convinto che le foto fossero truccate e il laconico commento
della signora Elsie secondo cui era meglio che di fronte a
questo ciascuno assumesse l'atteggiamento
che preferiva, non fece che aumentare il suo già forte scetticismo.
Tra l'altro Elsie aveva fatto una curiosa osservazione: «A proposito delle fotografie,
potremmo dire che si trattava di un frutto della nostra immaginazione,
di Frances e mia, e non andrei oltre nella considerazione».
Una risposta che può essere intesa in almeno due modi. Da una parte come
un riferimento incrociato alla teoria dell'ectoplasma; dall'altra come l'ammissione
che le fatine non esistevano che nell'immaginazione. Ora che il caso
era stato rispolverato, Elsie e Frances ripiombarono al centro dell'attenzione
e di molte interviste. Fra le tante dichiarazioni, tornarono a ricordare le
giornate trascorse con Geoffrey Hodson. In quel momento loro due erano
completamente immerse nella questione e la loro sensibilità
altissima. Hodson parve subito un mistificatore e decisero
allora di metterlo alla prova. Un
giorno, per prenderlo in giro, dissero di vedere fatine inesistenti per farlo cadere
in trappola. Tranello che era scattato puntualissimo: Hodson infatti aveva
incominciato anche lui a dire di vederle. Peccato che non ci fossero. Per le
due ragazze fu la prova lampante che mentiva e ne rimasero sconfortate. (Nel
suo libro sulle fatine, Hodson insiste invece nel raccontare di aver visto il
piccolo popolo a Cottingley).
Nel 1971 ad Elsie, presentatasi come ospite nel programma
della BBC «Nationwide», venne chiesto se il padre le aveva
aiutate a scattare le fotografie.
Lei aveva risposto: «Sono pronta a giurare sulla Bibbia che mio padre non
c'entra nulla in tutto questo». Ma quando le venne chiesto di giurare sulla
Bibbia per attestare la genuinità delle fotografie, dopo una breve pausa, aveva
detto: «Se qualcuno non mi crede, preferisco lasciarlo libero di pensare
ciò che vuole... ma mio padre non c'entra in nulla e per nulla, non posso comunque
giurare», dando ancora una volta adito a pensare che dietro a tutto si
nascondesse qualche inganno.
In contrasto, quando nel corso di un programma mandato in onda dalla
Yorkshire Television toccò a Frances rispondere, la donna replicò: «Le fotografie
sono genuine, non sono falsificate. Ci chiedete come avremmo fatto a
perpetrare l'inganno. La verità è che tutto è vero; dimenticate che al tempo
dei fatti Elsie aveva sedici anni e io solamente dieci. Come avremmo potuto?
E poi, come può una bimba di dieci anni tenere un segreto così grande per
tutta la vita?». Questo, in effetti, sembrerebbe essere uno degli argomenti più
convincenti a difesa dell'autenticità dei fatti.
Il commento di Frances risale al 1976, nel corso di un ennesimo programma
televisivo in cui le due donne vennero nuovamente intervistate su suggerimento
del ricercatore psichico Joe Cooper. L'occasione era davvero singolare.
Il 10 settembre del 1976 infatti le due veggenti avevano fatto ritorno insieme
a Cottingley, in una casetta in Main Street, sita proprio di fronte a quella
in cui la famiglia Wright aveva vissuto circa mezzo secolo prima. Negli
anni intercorsi, frattanto, Elsie era stata per molto tempo in India con il marito,
Frank Hill, un ingegnere scozzese; mentre Frances aveva sposato un militare,
Frank Way, e pure lei aveva trascorso molti anni all'estero.
Cooper descrive Frances come «una occhialuta distinta signora borghese,
che indossa un elegante abito bianco in cotone, ravvivato dal rosso e dal nero
dello scialle e della camicetta». Elsie dimostrava invece almeno una diecina
di anni in meno rispetto alle sue settantacinque primavere, vestita con un
abito alla moda, compreso un baschetto nero. Durante la giornata dell'incontro,
Cooper entrò in confidenza con le due donne. Intanto gli operatori intervistavano
la gente del posto - tutta molto scettica a proposito dell'autenticità
delle fotografie - e filmavano le due amiche mentre scendevano verso il ruscello.
L'intervistatore Austin Mitchell non fece mistero del suo scetticismo,
arrivando a sostenere che, probabilmente, il caso delle fatine di Cottingley
era iniziato come un semplice gioco, per diventare qualcosa di più grande,
che era sfuggito di mano alle due protagoniste. Cooper invece si disse propenso
a credere nella loro buona fede. Davanti alla telecamera, Elsie e Frances
indicarono il punto esatto in cui un giorno avevano visto uno gnomo e negarono
con viva forza di aver contraffatto le immagini. Quando Mitchell lo
aveva intervistato, Cooper aveva risposto dicendo che a suo avviso le ragazze
si erano imbattute in «forme di vita eiementali», vale a dire
spiriti della natura. Dopo tutto, aveva aggiunto, anche W. B.
Yeats e migliaia di suoi connazionali
scozzesi non avevano mai avuto dubbi sulla reale, concreta esistenza
delle fate e del piccolo popolo.
Nel 1977 la storia ebbe uno sviluppo interessante. Un ricercatore di nome
Fred Gettings, mentre stava raccogliendo del materiale fotografico relativo a
immagini del XIX secolo che testimoniassero dell'esistenza delle fatine, disse
di aver scovato un libro intitolato Princess Mary's Gift Book, edito nel corso
della prima guerra mondiale al fine di raccogliere sostegni per il fondo per il
lavoro alle donne. Vi era contenuto un poemetto intitolato L'incanto di una
fata a firma di Alfred Noyes, illustrato da Claude Shepperson. Ebbene, due
delle fatine delle immagini erano praticamente identiche a quelle comparse
nella prima fotografia scattata a Cottingley, quella in cui si vede il volto di
Frances che sembra sovrastare, incantato nell'osservazione, le cinque fatine
danzanti. L'unica variante stava nella posizione che risultava come ribaltata.
Nel 1978 la rivista «The New Scientist» riferiva che il prestigiatore e mago
James Randi (“Randi il meraviglioso”) e lo CSICOP (vale a dire il Comitato
per la ricerca scientifica sulle affermazioni paranormali), analizzate le fotografie
con forti ingrandimenti e idonee attrezzature elettroniche, erano riusciti
a mettere in risalto un elemento nuovo: le fatine erano tutte appese a dei fili
invisibili che le sorreggevano. Quando Cooper riferì la cosa a Elsie, la donna
era scoppiata a ridere, sottolineando che nel preciso punto in cui avvenivano
le apparizioni non esisteva un solo appiglio a cui poter eventualmente
agganciare quei benedetti fili. Quando nell'ottobre del 1978 la televisione nazionale
inglese mandò in onda un programma dedicato alle fatine, Randi si
era risentito, accusando la BBC di informazione scorretta, dal momento che
avrebbe dovuto ormai sapere che le fotografie in questione erano state falsificate.
Nel 1981 mentre era occupato nella redazione di un libro sulla telepatia,
Cooper aveva ripreso contatto con la signora Frances - che all'epoca viveva
a Ramsgate - per tornare ancora una volta sull'argomento. A settembre la
donna gli aveva risposto, invitandolo ad andare a farle visita, allettandolo con
la promessa che «c'erano alcune cose che avrebbe dovuto conoscere». Una
volta arrivato, non gli venne precisato di che si trattava. Il giorno dopo, però,
Elsie lo aveva pregato di condurla a Canterbury. Qui lo aveva fatto attendere
fuori, mentre lei era entrata nella cattedrale. Poi avevano preso un caffè e,
mentre erano seduti al bar, gli aveva chiesto che cosa pensasse della prima
fotografia fatata. Cooper aveva risposto che lo emozionava fortemente, al che
Frances aveva fatto esplodere la sua bomba:
«Da dove mi trovavo io riuscivo a distinguere nettamente gli spilli che tenevano
in piedi le figurine. Mi sono sempre meravigliata che nessuno lo abbia
mai considerato con attenzione».
«Ma perché me lo state raccontando?», aveva allora chiesto l'esterrefatto intervistatore.
«Perché Elsie l'ha confidato a Glenn» [suo fratello].
«E che mi dite delle altre quattro immagini? Anche queste sono falsificazioni?».
La sua risposta era stata tanto sconcertante quanto l'ammissione precedente,
perché aveva detto:
«Tre di esse sì, ma la quarta è autentica».
A questo punto Cooper e Frances avevano deciso di scrivere un libro, tenendo
Elsie aggiornata dell'evolversi dei fatti, ma senza coinvolgerla nella
redazione del manoscritto. Malauguratamente però l'editore cui Cooper si
era rivolto non si era detto per nulla interessato a una storia di fatine vecchia
ormai di sessantanni, soprattutto considerato come era andata a finire nelle
confessioni di imbroglio da parte delle false veggenti.
All'epoca anche chi scrive si trovò coinvolto nel caso. Nel 1980 avevo conosciuto
Cooper nel corso di una due giorni di Parapsicologia (tenutasi presso
il Centro Incontri di Swanwick nel Derbyshire) e lui mi aveva rivelato di
aver appena terminato di scrivere un libro sulle fatine di Cottingley; questo,
ovviamente, accadeva un anno esatto prima che Frances si decidesse a rivelargli
ogni cosa. Cooper mi aveva così inviato il manoscritto, che avevo trovato
affascinante. Tra l'altro, avevo già conosciuto delle persone - una di
queste era un certo Joe, reporter della televisione scozzese - che sostenevano
di aver veduto esseri del piccolo popolo e non mi sembrava per nulla corretto
respingere l'ipotesi dell'esistenza di “spiriti della natura” o elementali. E
anche Joe, nei suoi approfondimenti sul paranormale si era senz'altro convinto
che la questione del piccolo popolo non poteva davvero essere liquidata
in poche battute come una faccenda assurda.
Sta di fatto che il fato voglia che proprio in quel fine settimana mi trovassi
sulle tracce di un caso di poltergeist in corso a Pontefract. Quei giorni segnarono
una svolta decisiva nella mia vita. Appena uscito dal Centro Incontri, infatti,
mi ero imbattuto in Guy Lyon Playfair, un ricercatore dell'occulto con
il quale avevo avuto intensi scambi epistolari e prolungati contatti. All'epoca,
a proposito del fenomeno del poltergeist, condividevo in larga misura l'opinione
comune, vale a dire quella secondo cui l'infestazione sarebbe provocata
dalla mente inconscia di un adolescente in fase di sviluppo e non ancora
equilibrato. Ciò che Playfair mi suggerì quel giorno, confesso che mi lasciò
di stucco. Mi disse che, sebbene certamente alcuni casi di poltergeist possano
addebitarsi a una forma di “psicocinesi spontanea”, ossia di azione della
mente sulla materia, tuttavia la maggior parte va imputata all'intervento di
veri spiriti che sottraggono energia agli uomini e in modo speciale a adolescenti
nel pieno del loro sviluppo psichico e fisico.
Nel mio libro intitolato Poltergeist ho ben descritto come la mia visita a casa
Pritchard a Pontefract abbia confermato in me l'idea che ciò che quel giorno
Playfair mi aveva suggerito potesse rispondere al vero. Quando la giovane
Diane Pritchard, la ragazza che era al centro della misteriosa manifestazione
(ovvero, la persona a cui il poltergeist sottraeva energia per manifestarsi),
mi descrisse ancora spaventata come avesse avvertito in modo chiaro
la sensazione di una forza ignota che l'aveva spinta facendola precipitare lungo
le scale, mi convinsi oltre ogni dubbio che quel poltergeist non poteva in
alcun modo essere una manifestazione del suo inconscio. Non poteva trattarsi
che di uno spirito. Questo stava a significare che io, in qualità di scrittore
di occultismo, dovevo una volta per tutte decidermi a non farmi condizionare
e ad aprire la mente, ammettendo l'ipotesi che anche tutto quel mondo che
fa capo agli spiriti abbia una sua consistenza.
Venni come folgorato dall'idea che in alcuni casi di poltergeist gli spiriti
coinvolti erano quelli dei defunti; nella fattispecie del caso di Pontefract, lo
spirito di un monaco cluniacense, impiccato, con l'accusa di rapimento, sotto
il regno di Enrico VIII. (La forca era stata montata proprio nell'area in cui
era poi stata costruita la casa dei Pritchard). Ma questo non significava che
nel fenomeno non fossero coinvolti anche altri tipi di spiriti. Il viaggiatore e
scrittore Laurens Van der Post, per esempio, non ha dubbi sul fatto che i vari
spiriti della natura e le deità dei Boscimani del Kalahari siano reali e possano
aiutare chi li invoca a risolvere ogni situazione. Nel suo libro Il mondo
perduto del Kalahari descrive come «gli spiriti delle colline Slippery» si indignino
se qualcuno uccide un facocero nel loro territorio sacro, minacciando
ogni sorta di persecuzione qualora al misfatto non segua una opportuna
controparte come scusante. Nel mio Poltergeist ho ricordato un gran numero
di casi simili, così mi risultava alquanto difficile negare l'esistenza degli spiriti
della natura per il fatto che solo bambini ingenui potevano crederci.
Ma il vero problema con il libro di Joe Cooper, anche nella versione originale,
consisteva nella sua eccessiva verbosità: sarebbero bastate cinquanta
pagine per dire tutto ciò che vi veniva raccontato, il resto più che sostanza era
palliativo. Per di più, viste le continue reticenze delle due protagoniste, Elsie
e Frances, non si poteva neppure dire che la storia avesse una sua conclusione;
restava in sospeso. Cercai lo stesso di trovare un editore, ma invano. Joe
propose di riscriverlo e così tutto si congelò.
Fu nell'anno seguente che Frances finalmente “venne allo scoperto”, così
da poter dare un senso compiuto allo scritto. Abbastanza stranamente, Joe era
eccitatissimo dal fatto che il mistero avesse trovato una soluzione. Quando
mi parlò della confessione di Frances, non mi sentii di condividere tanto ottimismo.
Se Frances ammetteva la frode, il libro non avrebbe certamente
avuto un degno epilogo, anzi.
Anche Cooper giunse alla mia stessa conclusione. Nel 1982 all'interno di
una enciclopedia dal titolo The Unexplained di cui ero curatore ho ospitato un
suo lungo capitolo intitolato Cottingley: finalmente la verità, in cui si diceva
che le fatine delle prime quattro fotografie erano delle figure ritagliate sospese
a dei rami con fili invisibili. Incomprensibilmente, sia Elsie che Frances se
ne risentirono. Quando a Capodanno del 1983 Frances aveva telefonato alla
moglie di Joe per gli auguri e aveva risposto lui, lo aveva insultato, chiamato
traditore e aveva, irata, attaccato il telefono. Frances morì nel 1986; Elsie la
seguì due anni dopo, sostenendo che non credeva nelle fate.
Questa, una volta per tutte, potrebbe essere ritenuta la fine della storia, e invece...
È proprio così? Certo sì per gli scettici, che considerarono il caso chiuso. E
molto probabilmente hanno ragione. Tuttavia, proprio nella prospettiva dell'apertura
della nostra mente più volte auspicata, ci sono ancora alcuni punti
interessanti da tenere in conto.
Ciò che Frances ci chiese di credere era questo. Nel 1917, all'età di dieci anni,
si era trasferita dal Sudafrica in Inghilterra, per andare a
vivere a Cottingley, nella casa della cugina più grande,
Elsie. Questa le aveva subito confessato
di avere avuto alcune esperienze paranormali e di aver visto dei fantasmi.
Le raccontava, per esempio, che quando aveva solo quattro anni veniva
regolarmente visitata da una donna misteriosa che indossava un lungo abito
tutto abbottonato fino al collo. A sei anni, svegliatasi una notte perché aveva
sete, era scesa in cucina, dove aveva trovato un uomo e una donna sconosciuti.
Elsie aveva allora domandato dove fossero i suoi genitori e quelli le
avevano detto che avevano fatto visita ai vicini per una partita a carte. Alla richiesta
della bambina di raggiungerli, l'uomo le aveva aperto la porta d'ingresso
e l'aveva fatta uscire. I genitori erano davvero dai vicini e quando la
videro arrivare si stupirono, per poi spaventarsi alla notizia che in casa si erano
introdotti degli sconosciuti. Ma quando, di corsa, erano rientrati, non avevano
trovato nessuno.
Da parte sua invece Frances non aveva mai avuto alcuna esperienza anomala.
Ma nella primavera del 1918 vide il suo primo gnomo. Come era solita fare
quasi tutti i giorni, terminata la scuola era scesa nella valletta fino al ruscello
e qui ancora una volta era rimasta incantata a osservare un fenomeno
strano che però le capitava non di rado di osservare: sul ramo di un albero che
si piegava sopra l'acqua una foglia, singola e sola, incominciava a oscillare e
a muoversi. Quel giorno però, tutto d'un tratto, da sotto la foglia era sbucato
un piccolo essere tutto vestito di verde. Frances lo aveva osservato a lungo
pietrificata, senza muoversi per il timore di spaventarlo e farlo scappare.
Quando l'omino si era accorto di lei infatti era sparito. Da quel giorno, le era
capitato sovente di scorgere il piccolo popolo: elfi vestiti di verde, ai quali,
dopo osservazioni e meditazioni, la ragazza pensò di riconoscere il compito
di darsi da fare per aiutare le piante a crescere e svilupparsi. Poi erano arrivate
le fatine, con e senza ali. Erano più piccole degli elfi. Il volto chiaro come
braccia e gambe, a volte sembrava fossero impegnate in una
riunione. Elsie, invece, insisteva sempre nel dire di non aver
mai visto né fatine né piccoli
omini.
Era stato soltanto dopo il bagno imprevisto dovuto alla caduta nel ruscello
che Frances aveva confessato alla mamma della sua capacità di vedere le fatine
ed era stato lo scetticismo ironico degli adulti che l'aveva indotta a ricorrere
alla macchina fotografica per offrire una qualche prova della genuinità
della sua testimonianza. Non c'era, dunque, il desiderio di ingannare.
Quando Frances parlava delle visioni, Elsie le credeva perché lei stessa aveva
vissuto esperienze paranormali importanti. Era assolutamente necessario
scuotere l'arrogante diffidenza dei grandi e così si era inventata le figurine ritagliate
sostenute dai fili invisibili.
Solo che il gioco si era fatto tremendamente serio. Quando l'opinione pubblica,
il mondo intero aveva incominciato a interessarsi delle fatine era troppo
tardi. Le fotografie erano truccate. Tuttavia, questo non voleva dir nulla,
perché - stando alle ragazze - le fatine esistevano per davvero. Se tutto si
fosse ridotto a un inganno, ritrattare sarebbe stato facile;
ma non era così. Insomma, la loro posizione non solo era
strana, ma alquanto imbarazzante. Se
ammettevano che le immagini erano contraffatte, implicitamente avrebbero
etichettato tutta la loro avventura come un imbroglio e questo sarebbe stato
tanto poco vero quanto continuare a affermare che le fotografie erano autentiche.
E così avevano deciso di starsene zitte.
Quando nel 1965 la situazione era tornata alla ribalta dell'attenzione pubblica,
la situazione non era cambiata. Vero che Elsie, all'epoca una cocciuta
sessantenne, non era più tanto convinta che Frances avesse per davvero visto
le fatine; tuttavia avendo lei stessa vissuto alcune esperienze paranormali, si
dichiarava aperta a tutto. Da parte sua Frances continuava a sostenere di aver
incontrato il piccolo popolo e non aveva niente da ritrattare. In una lettera indirizzata
a Leslie Gardner, il figlio di Edward Gardner, Elsie sottolineò che
dopo l'intervista con Peter Chambers del 1965 nella quale aveva affermato
che davanti a quei fatti ciascuno poteva da solo decidere quale atteggiamento
assumere e nella quale aveva dichiarato che le immagini altro non erano
che elaborazioni della fantasia, Frances era sbottata in modo stizzoso: «Perché
diavolo mai c'è bisogno di dire cose simili? Lo sapete benissimo che sono
vere».
In effetti, Frances aveva sempre sostenuto che le fatine erano reali. Nel
1918 aveva spedito una copia della prima fotografia delle fatine a un amico
del Sudafrica, annotando nel retro: «Elsie e io siamo diventate amiche del
piccolo popolo. È una cosa bellissima, in Africa non mi è mai capitato niente
di simile. Credo che faccia troppo caldo per loro».
Nel testo originale del manoscritto del libro dedicato al caso di Cottingley,
Joe Cooper aveva inserito un capitolo intitolato Altre visioni, in cui venivano
presentati casi narrati da altri testimoni affidabili proprio come Frances, alla
quale Cooper credeva fermamente. Eccone alcuni. Un uomo, dalle doti di
guaritore, mentre, in quel di Gibilterra, stava mangiando un panino al tavolo
di un bar assieme ad una bambina, era stato attirato dalla improvvisa comparsa
di un «ometto poco più alto di trenta centimetri». Un ufficiale ottuagenario,
membro della Società teosofica raccontò che quando era bambino veniva
spesso visitato da uno gnomo vestito di verde. Un altro testimone rivelava
di aver osservato uno gnomo, non più alto di sessanta centimetri, vestito
di verde, camminare lungo un sentiero dentro un campo di grano. Un gruppo
di studenti raccontavano che un giorno, mentre stavano camminando in un
bosco nei pressi di Bradford, avevano osservato delle fatine «che danzavano
in cerchio». Non erano visibili guardando in modo diretto, ma soltanto scrutando
la scena con la coda dell'occhio. Una donna anziana aveva mostrato a
Cooper la fotografia di uno gnomo, scattata attraverso un vetro ghiacciato.
Una mattina era scesa in cucina, lo aveva veduto, era tornata di corsa in camera
per prendere la macchina fotografica ed era riuscita a scattare. Nell'immagine
comparivano anche dei coniglietti bianchi.
Alla fine, Joe Cooper ce l'aveva fatta a pubblicare la sua fatica nel libro intitolato
Modern Psychic Experiences. Una medium neozelandese di nome
Dorothy ci ha rivelato come da piccola fosse solita giocare con lo “spirito” di
una bambina che si faceva chiamare Mabel, grazie alla quale le riusciva di
scorgere il piccolo popolo e le fatine che si celavano sotto le foglie. Un triste
giorno in cui tornata a casa aveva trovato il padre riverso sul pavimento dell'ingresso
privo di sensi - a causa della perforazione di un'ulcera - erano state
le fatine premurose a indicarle la strada da percorrere per arrivare alla casa
del dottore. Il libro riportava anche la testimonianza di Jo, trentenne nipote
di Cooper, il quale raccontava che all'età di sedici anni aveva avuto modo
di osservare tre piccoli ometti accovacciati sulla cima di un muretto.
Quando nel mio Poltergeist scrissi a proposito del caso di Cottingley (prima
che Frances “confessasse”), ho avuto anch'io i miei problemi nel risalire a
racconti credibili sulle fate. Ho ricordato, per esempio, la volta in cui durante
un'intervista televisiva tenuta nel 1978 in occasione del Festival di Edimburgo,
il reporter (un certo Bobbie) che mi stava parlando mi disse di stare
osservando, nei pressi della porta del pub in cui ci trovavamo, uno gnomo
che sembrava stesse appena al di là del cancello di un convento oltre il quale
«si apriva il baratro dell'inferno».
Il mio caro amico Marc Alexander, rinomato autore di libri sul paranormale,
mi ha raccontato un fatto capitato a un suo amico in Nuova Zelanda, Pat
Andrew, il quale a sei anni vedeva un pixie (folletto). Molti anni appresso,
dopo aver partecipato a un incontro sull'ipnosi, i due amici avevano provato
a fare degli esperimenti l'uno sull'altro. Sin da subito Marc aveva avuto la
chiara sensazione che l'amico era un ottimo soggetto e così un giorno aveva
deciso di farlo “regredire” indietro nel tempo fino all'età in cui diceva di giocare
col pixie. Il risultato fu una straordinario soliloquio da cui Marc aveva
tratto l'assoluta certezza che, al di là del fatto che Andrew vedesse lo gnomo
oppure no, non c'erano dubbi che credeva pienamente nella sua esistenza.
Ma il più convincente episodio di un incontro con uno gnomo è quello descritto
da una cara amica, Lois Bourne, nel suo libro Witch Among Us. Lois è
una “strega”, nel senso che possiede straordinari poteri psichici, sulla cui intensità
e realtà non nutro dubbio alcuno. Pur essendo una donna sensibile è
estremamente concreta. Nel libro, oltre a un gran numero di episodi che i ricercatori
del paranormale reputano più che credibili, Lois racconta anche una
storia a dir poco sensazionale, che spingerà qualche lettore a dubitare della
sua sanità mentale. Un giorno, mentre stava trascorrendo il fine settimana in
un cottage a Crantock, in Cornovaglia, Lois aveva incontrato il membro di
una congrega magica con la quale si era intrattenuta per tutta la sera in amabili
discussioni. Ad un tratto, Rob, il marito della donna, le aveva domandato
se desiderava vedere un goblin, spiegandole che ogni mattina al sorgere
del sole, se ne poteva osservare uno fra i ruderi dell'antico mulino di Treago,
a Cuberts Heath. Nel caso avesse accettato, l'unico sacrificio era dunque
quello di svegliarsi molto presto. Ovviamente, aveva
accettato. La mattina, lei
e il marito, Wilfred, avevano raggiunto Rob al cancello del vecchio mulino e
si erano avvicinati al piccolo corso d'acqua che un tempo lo alimentava. Lois
scrive:
Ancora oggi non sono in grado di dire se, quella mattina, ho visto davvero il goblin, oppure
se è stato Rob a farmelo vedere... In qualsiasi modo siano andate le cose, un fatto è
certo: seduta su di un masso, intenta a lavarsi i calzini, si
poteva vedere una creatura elfica, un membro del piccolo
popolo. Indossava un cappellino rosso, giubbetto e calzoni
rossi, una calza gialla in un piede e un'altra fra le mani, intente a lavarla nell'acqua corrente
del rio. Ricordo in quel momento di aver pensato nel mio solito modo tra il trasognato
e il concreto: «Che terribile accostamento di colori!». Appena ci vide scappò via di
gran carriera... Rob, avvicinatosi, mi chiese: «Bene, ora mi credi?».
Conosco Lois da non so quanti anni. Come tutti noi può essere una ingenua
oppure una fantastica bugiarda, però io le credo ciecamente. Non è affatto il
tipo che inventa una storia simile, mentre Wilfred - che pure vide lo gnomo
- non è uno che assecondi con tanta facilità una narrazione così straordinaria.
Come abbiamo avuto modo di ricordare in precedenza, il grande poeta W. B.
Yeats si convinse dell'esistenza del piccolo popolo quando, in compagnia di
Lady Gregory, prese a bussare di porta in porta per interrogare in merito contadini
e paesani. Il materiale raccolto comparve in un libro dal titolo Visions
and Beliefs, edito nel 1920. Da parte sua, il grande studioso Evans Wentz
chiude il suo lavoro Fairy Faith in Celtic Countries con questa osservazione:
«Sembra che siamo ormai giunti al punto in cui... diventa possibile postulare
a livello scientifico... l'esistenza di intelligenze invisibili quali dèi, geni, demoni
e ogni sorta di esseri fatati, comprese entità disincarnate». (Con questa
ultima categoria egli intendeva i fantasmi). Proseguendo nel discorso, si
spendono non poche parole per riconoscere come concreto anche il fenomeno
del poltergeist. George Russell (AE) e Evans Wentz sono d'accordo nel ritenere
che queste entità possano essere percepite solamente da medium o persone
molto sensibili dal punto di vista psichico. Russell, inoltre, non le ritiene
“individuali” in senso umano: «Credo che la loro sia una vita, come dire,
collettiva, così generalizzata e quieta nel suo scorrere che i pensieri che in
cinque ore attraversano la mia singola mente di un individuo, in loro potrebbero
impiegare cinque anni».
In chiusura, resta da osservare che se si tiene a mente tutto quanto si è detto,
ebbene, l'idea di Frances secondo cui le fatine del ruscello di Cottingley
esistono davvero non suona poi più così assurda.
 
CAPITOLO 32.
IL MISTERO DI EILEAN MORE.

L'isola degli uomini scomparsi.
In pieno oceano Atlantico, a poco più di 100 km dalle isole Ebridi, si trovano
le isole Flannan, note ai viaggiatori come i “sette cacciatori”. La più grande
e la più settentrionale si chiama Eilean More, nome che, per l'appunto, significa
“grande isola”. Al pari della nave Mary Celeste, questo nome è diventato
sinonimo di uno dei grandi misteri del mare.
Questo gruppo di isole desolate, venne battezzato San Flannan, da un vescovo
del XVII secolo, il quale aveva eretto una cappella su Eilean More. I pastori
delle Ebridi erano soliti trasferire le loro greggi di pecore su queste isole
per via dei ricchi pascoli erbosi, ma non c'era uomo che si azzardasse a trascorrervi
anche una sola notte, poiché si raccontava che quei luoghi erano infestati
dagli spiriti e abitati dal “piccolo popolo”. A partire dagli ultimi decenni
del XIX secolo, con il notevole incremento delle attività inglesi lungo i
mari, capitava sempre più spesso che molte navi dirette da sud o da nord sulla
rotta di Clydebank, andassero a schiantarsi contro le Flannan, tanto che nel
1895 la sezione settentrionale della sovrintendenza ai fari annunciò che sull'isola
di Eilean More sarebbe sorto un faro di riferimento per quella zona di
mare. Prima di dare il via ai lavori passarono due anni e quando iniziarono fu
impossibile rispettare i tempi progettati. Il mare in continua tempesta e la difficoltà
di costruire su un picco a oltre 60 m di altezza resero l'impresa difficile;
e così il faro di Eilean More venne inaugurato soltanto a dicembre del
1899. Dall'anno successivo il suo potente fascio di luce avrebbe illuminato la
fascia di mare compresa fra Lewis e le Flannan. Però, undici giorni prima di
Natale del 1900 il faro era già spento. Che era successo?
Il tempo era troppo brutto e minaccioso per l'ispettore della sovrintendenza
ai fari per poter raggiungere sin da subito il faro spento anche se, per precauzione,
due erano i possibili accessi, contrapposti fra loro per evitare il vento
prevalente, che consentivano di raggiungere la costruzione. Mentre l'uomo,
Joseph Moore, si avvicinava al posto, venne preso da un senso di estrema solitudine
quando osservando da Long Roag, lo sguardo gli si era posato sul
gruppo delle Flannan. Un bel mistero: era impossibile che i tre guardiani del
faro di Eilean More - James Ducat, Donald Me Arthur e Thomas Marshall -
si fossero ammalati tutti insieme contemporaneamente o che il faro fosse stato
distrutto dalla violenza della tempesta.
Il giorno di santo Stefano del 1900 l'alba si presentava chiara e limpida e il
mare si era finalmente placato. L'Hesperus poteva così lasciare il porto alle
prime luci. Moore era così ansioso e agitato da rifiutare persino la colazione,
pur di puntare senza esitazione verso l'isola. Quell'enigma davvero incomprensibile
lo tormentava e non vedeva l'ora di poterlo risolvere.
All'isola il mare era ancora grosso e ci erano voluti ben tre tentativi prima
di poter attraccare al molo orientale. Ai segnali inviati dalla nave non si era
alzata alcuna bandiera di risposta. Non un segno di vita.
Moore fu il primo a raggiungere l'inferriata che delimitava il recinto del faro.
Il cancello era chiuso. Fatto imbuto con le mani aveva chiamato a gran
voce, poi si era inerpicato lungo la salita. Al faro la porta principale era sbarrata.
Nessuna risposta ai suoi richiami. Proprio come la nave Mary Celeste, il
faro era deserto. Nella stanza principale l'orologio a muro era fermo e le braci
del camino fredde. Ai piani alti, dove c'erano le stanze da
letto - che Moore visitò solo dopo essere stato raggiunto da
due marinai, per la paura di trovare
chissà quale terribile spettacolo - tutto era in ordine, a posto, i letti curati
e rifatti. James Ducat, l'addetto anziano del faro, era solito scrivere annotazioni
su una lavagnetta d'ardesia. L'ultima era datata 15 dicembre alle 9,00
del mattino, proprio il giorno in cui il faro si era misteriosamente spento. Una
cosa apparve sicura: non era accaduto per la mancanza di olio. I grandi stoppini
erano imbevuti e tutto era predisposto per l'accensione. Insomma, tutto
era in perfetto ordine. Risultava evidente che anche il giorno della loro scomparsa
i tre uomini si erano preoccupati di assolvere a ogni incombenza; peccato
che giunta la sera erano spariti e sull'isola non c'era stato più nessuno
per poter accendere la luce del faro. Eppure, il 15 dicembre era stata una giornata
calma...
E così l'Hesperus era rientrato a Lewis con i regali natalizi ancora a bordo,
perché sull'isola non c'era nessuno. Dopo un paio di giorni, due investigatori
avevano raggiunto Eilean More, per cercare di ricostruire ciò che era accaduto.
A prima vista la soluzione sembrò facile e lineare. Nell'attracco occidentale,
infatti, erano evidentissimi i segni distruttivi di una tempesta. Una
grande gru, che sovrastava le rocce, aveva tutte le funi avvoltolate in un groviglio
inestricabile. Una dozzina di metri sotto, in un crepaccio, venne trovata
una grande cassa di attrezzi, scaraventata laggiù da una qualche violenta
forza. Era come se un'ondata gigantesca di trenta metri e più si fosse all'improvviso
abbattuta sull'isola spazzando via ogni cosa, compresi i tre uomini.
Ipotesi suffragata dal fatto che i teli impermeabili di Ducat e Marshall, gli indumenti
protettivi che erano soliti indossare nei sopralluoghi agli attracchi,
erano spariti. Insomma, l'ipotesi immediatamente intessuta dagli investigatori
era piuttosto plausibile. I due uomini, resisi conto che la tempesta stava irreparabilmente
danneggiando la gru, indossati i teli impermeabili, erano corsi
al molo, ma solo per essere investiti da un'ondata gigantesca che li aveva
trascinati in mare... Ma che ne era stato del terzo uomo? Aveva forse tentato
di aiutare i compagni e pure lui era stato spazzato via dalla cieca furia delle
onde?
Ipotesi centrata, ragionevole. Il caso sembrava risolto, salvo saltare tutto in
aria quando qualcuno fece osservare che il 15 dicembre era stata una giornata
calma e con mare quieto. La tempesta era scoppiata soltanto il
giorno dopo. Forse che Ducat si era sbagliato nell'apporre la
data del 15 sulla sua lavagnetta
degli appunti? Neppure questo. Infatti, rientrato a Loch Roag il capitano
Holman della nave Archer testimoniò che proprio quella notte era transitato,
in piena calma di mare, nei pressi dell'isola e il faro già era spento.
Anche se quel giorno il mare era calmo, la cosa non escludeva comunque
che uno di loro potesse essere egualmente caduto nell'oceano, cosa che spiegherebbe
perché Me Arthur non aveva indossato il telo impermeabile. Evidentemente,
i due compagni avevano tentato di salvarlo, ma erano stati inghiottiti
dai marosi ed erano annegati. Eppure, sul molo erano state trovate
funi di aggancio e cinture di sicurezza. Possibile che uomini esperti come loro
non avessero usato i mezzi di protezione?
Forse l'uomo caduto in mare era svenuto e non avrebbe potuto in alcun modo
aggrapparsi a una fune di salvataggio. In questa situazione, però uno solo
si sarebbe gettato in soccorso, lasciando il terzo ben ancorato al molo... e
questo che fine aveva fatto...
Un'altra teoria prevedeva l'improvvisa pazzia di uno dei tre, l'uccisione dei
due compagni gettati in mare e il successivo suo suicidio. A quel punto, era
tutto possibile. Gli investigatori però non trovarono una sola traccia che la
potesse in qualche modo suffragare.
Ma la teoria forse più plausibile è quella che venne suggerita da Valentine
Dyall - “l'uomo in nero” - che l'espose nel suo libro Unsolved Mysteries.
Nel 1947 un giornalista scozzese di nome Iain Campbell visitò Eilean More.
Era una giornata bellissima e calma. Ad un tratto, d'improvviso, proprio
mentre stava per raggiungere l'attracco occidentale, come dal nulla si era levata
un'onda gigantesca che aveva sovrastato il molo, alta e terribile. Un attimo
dopo tutto si era acquietato e il mare era tornato calmo, come se nulla
fosse accaduto. Campbell aveva subito pensato a qualche misterioso riflusso
di marea oppure a un terremoto scatenatosi sott'acqua. Stando alla sua testimonianza,
chiunque si fosse per caso trovato in quel preciso momento sul
molo non avrebbe certamente potuto salvarsi davanti a tanta violenza. Dai
pescatori del posto aveva poi saputo che quelle ondate improvvise e terribili
comparivano periodicamente senza apparente motivo e molti erano coloro
che avevano perduto la vita.
Tuttavia, anche a fronte di queste ipotesi, continua a sembrare davvero molto
strano che tre uomini esperti siano stati contemporaneamente travolti in un
incidente. Poiché Mac Arthur non indossava il telo impermeabile - che era
stato trovato al suo posto - molto probabilmente si trovava all'interno del faro,
quando era successo il disastro; ma che cosa era capitato? E poi quand'anche
avesse visto i suoi due compagni travolti dal mare, sarebbe stato così stupido
da precipitarsi senza precauzioni al molo, gettandosi fra i marosi per salvarli?
Mistero. La sola cosa certa sta nel fatto che in quel calmo e quieto giorno di
dicembre di fine secolo, qualcosa, qualche singolare accadimento si era verificato
e i tre uomini del faro di Eilean More erano spariti, lasciandosi dietro
soltanto l'alone terribile di un enigma agghiacciante.
 
CAPITOLO 33.
L'ANELLO MANCANTE.

Il mistero ancora insoluto dell'evoluzione dell'uomo.
Un giorno del 1908 un archeologo dilettante di nome Charles Dawson, che
per vivere faceva l'avvocato, stava serenamente passeggiando lungo una
strada di campagna nei pressi di Piltdown Common nell'East Sussex, in Inghilterra,
quando era stato incuriosito da alcuni frammenti di roccia silicea
gettati sulla strada per rattopparla. Saputo che quel materiale era stato prelevato
da un letto ghiaioso della vicina fattoria si era fatto indicare il posto esatto
per dare un'occhiata. Qui aveva trovato due uomini intenti a scavare ai
quali aveva chiesto se avessero per caso trovato qualche resto fossile. Gli era
stato risposto di no, ma quando Dawson era tornato, uno dei due gli aveva
fatto vedere un frammento di cranio umano. Tre anni dopo, nello stesso posto,
Dawson aveva fatto altri ritrovamenti.
L'anno dopo, siamo nel 1912, Dawson aveva mostrato quei reperti a un caro
amico, il dottor Arthur Smith Woodward, responsabile del Dipartimento di
geologia del British Museum. In estate Woodward era andato a visitare il posto,
accompagnato da alcuni colleghi fra cui il prete francese Pierre Teilhard
de Chardin (destinato a diventare famoso quattro anni dopo la morte, avvenuta
nel 1955, per il libro Il fenomeno umano). Quasi subito era venuto alla
luce un frammento che Dawson descrive come «una mandibola umana» (la
mascella inferiore) con due denti molari. Alcune ossa di animali preistorici e
primitivi utensili in pietra rintracciati negli stessi scavi sembravano consentire
di datare la mascella indietro nel tempo per almeno un milione di anni. Altri
frammenti di crani umani erano poi venuti alla luce.
La scoperta suscitava questioni di straordinario interesse, dal momento che
fino a quel momento si pensava che al massimo le tracce umane risalissero
soltanto a mezzo milione di anni. E in tutti i casi l'improvvisa espansione del
cervello umano, nota in gergo come “l'esplosione del cervello”, era incominciata
- per ragioni che non ci sono note - mezzo milione di anni prima. (Il primo
uomo, Homo erectus era, sì, più antico, un milione e duecentocinquantamila
anni, però aveva un cervello piccolo, appena più grande di quello di una
scimmia). Ciò che sconcertava nella scoperta di Dawson stava nel fatto che
anche se la mascella continuava a essere quella tipica della scimmia, tuttavia
si adattava alla perfezione al cranio, ormai decisamente umano. In altre parole,
quello che avevano portato alla luce era ciò che la scienza stava cercando
da quasi mezzo secolo: ciò che Charles Darwin aveva chiamato «anello mancante»,
la prova per lui definitiva che l'uomo discendeva dalla scimmia.
È quasi impossibile oggi riuscire a comprendere lo scandalo provocato dall'uscita
nel novembre del 1859 dell'opera di Darwin L'origine delle specie.
Per noi il principio evolutivo è qualcosa di ormai ampiamente acquisito e immaginare
il racconto biblico come rispondente alla narrazione di fatti accaduti
veramente ci sembra possibile soltanto in una favola. Ma in quel lontano
1859 le conclusioni cui era giunto Darwin sembravano scuotere i principi
cristiani fin dalle fondamenta, civiltà britannica compresa. La prima tiratura
del libro era andata esaurita il primo giorno. E a dispetto della precauzione
con cui Darwin aveva avanzato l'immagine della selezione naturale che premiava
solo i più adatti, venne subito accusato di ateismo e di diabolica perversità.
Nel 1859 tutti accettavano, in pratica senza commentare, l'idea che il
racconto della creazione della Genesi rispondesse in pieno a ciò che era realmente
accaduto e era di gran moda condividere ciò che l'arcivescovo Usher
aveva stabilito, ossia che il mondo era stato creato 4004 anni prima, deducendo
quella data da complessi calcoli sulle genealogie bibliche.
Ad onore del vero, quasi trent'anni prima Sir Charles Lyell già aveva intuito
molte cose nel suo Principi di geologia in cui, tra l'altro, assegnava alla
Terra milioni e milioni di anni. Eppure, stranamente, la sua voce non era stata
ascoltata da nessuno, tanto meno dalla Chiesa; dopo tutto, se Dio aveva
creato le rocce che male c'era se l'aveva fatto, con tanto di fossili già incorporati,
milioni di anni prima, proprio come accade all'uomo quando riempie
uno scaffale nuovo con libri antichi? Quello che sconvolgeva nel messaggio
di Darwin era il fatto che l'uomo non era il “padrone del mondo”, ma soltanto
l'ultimo arrivato e per di più discendente da una scimmia. Nel corso di un
intervento al Parlamento, il primo ministro inglese Disraeli aveva fatto il celebre
commento che se gli avessero chiesto di scegliere se l'uomo derivava
da una scimmia o da un angelo non avrebbe avuto esitazione a abbracciare
quest'ultimo.
Lo storico scontro a viso aperto - quello che per l'evoluzionismo potrebbe
essere ciò che fu la grande battaglia di Hastings per l'Inghilterra - si tenne il
30 giugno 1860 a Oxford. I due rappresentanti delle opposte fazioni, l'uno
contro l'altro schierati, erano il Vescovo Samuel Wilberforce - detto il “mieloso
Sam”, per il disgustoso e viscido modo di comportarsi - e il “mastino di
Darwin”, il biologo Thomas Henry Huxley. Dopo che Wilberforce aveva sintetizzato
in modo ironico e sarcastico la teoria dell'evoluzione suscitando ilarità
fra i presenti, si era rivolto a Huxley e con quel suo fare mellifluo e indisponente
gli aveva detto che gli sarebbe piaciuto sapere «se, per caso, la sua
discendenza scimmiesca derivava dalla parte del nonno oppure della nonna».
Inutile sottolineare gli scrosci di applausi e i commenti ironici.
Le cronache raccontano che, appena Wilberforce aveva finito, Huxley si era
dato una pacca sulle ginocchia e, alzandosi per prendere la parola, aveva
commentato col vicino di sedia: «Bene, bene, sua eccellenza mi si è consegnato
con le sue stesse mani». Poi, ben diritto in piedi, aveva incominciato a
parlare con fare quieto e suadente, spiegando con parole chiare e sinteticamente
la teoria evolutiva di Darwin, concludendo: «Dirò di più, non mi
preoccuperebbe poi tanto contare una scimmia fra i miei lontani progenitori,
quanto piuttosto mi preoccupa che un uomo come il mio rivale faccia uso
dell'intelligenza che gli è stata donata per occultare la verità». Dopo un attimo
di silenzio, era scoppiato un applauso ben più fragoroso di quello che
aveva accolto la tesi di Wilberforce. L'eccitazione era tanta che una donna
svenne. Il vescovo era così stranito e scosso da non voler neppure più disporre
del diritto di replica.
Undici anni dopo, nel 1871, lo stesso Darwin dichiarava che sarebbe stata
l'archeologia lo studio capace di confermare la sua ipotesi, portando alla luce
quello che ormai era per tutti l'anello mancante. A quelle dichiarazioni si
scatenò una vera e propria corsa a dimostrare che l'evoluzionismo era corretto.
E solo un anno dopo, sembrò per davvero che il grande naturalista avesse
colto nel segno.
Erano, infatti, seguiti altri ritrovamenti. Nel sito dello scavo, Teilhard de
Chardin trovò un dente canino umano che si adattava alla perfezione al cranio.
Poi era stata la volta di un lungo osso elefantino sagomato a forma di clava,
l'arma più antica mai conosciuta. E quando, nel 1915 ad appena qualche
chilometro dal sito, era spuntato un altro “cranio di Piltdown”, anche gli scettici
più incalliti si erano arresi. La cosa provava al di là di ogni ragionevole
dubbio che l'uomo discendeva veramente dalla scimmia.
A Dawson, però, era rimasto solo un anno di vita. Morì nel 1916, a cinquantadue
anni, in un alone di celebrità. Egli aveva battezzato la sua straordinaria
scoperta col nome di Eoanthropus dawsoni, ossia uomo primitivo di
Dawson. Come si conveniva all'epoca, nel sito del ritrovamento ci si era subito
affrettati a erigere una bella statua del geniale e ardito archeologo.
Il vero problema, però, stava in un altro fatto: agli studiosi più attenti non
sfuggiva infatti come quel nuovo ominide non rientrasse per nulla nella catena
evolutiva umana fino a quel momento messa insieme dalla storia archeologica.
Tanto per intenderci, l'uomo di Neanderthal, scoperto nel 1857, presentava
una mascella prognata; e così era per l'ancora più antico uomo di
Heidelberg, venuto alla luce nel 1907 (datato attorno a mezzo milione di anni
prima del nostro tempo). Lo stesso valeva per l'uomo di Giava, del 1891.
Eppure, tutti questi ominidi sembravano lo stesso molto più vicini all'uomo
che non alle scimmie di quanto non lo fosse quello di Dawson. Per farla breve,
il nuovo ominide si sarebbe detto assai più antico che non il tipo che
avrebbe invece dovuto rappresentare l'anello mancante.
Il bubbone, alla fine, scoppiò nel 1953, quando il teschio di Piltdown venne
sottoposto a una serie di test scientifici da parte del dottor Kenneth Oakley del
British Museum. Fra le tante prove, vi era anche quella dell'analisi al fluoro.
(Per un processo naturale, il fluoro tende a accumularsi nelle ossa sepolte, così
che più antico è il reperto, più la quantità di fluoro contenuta in esso è alta).
Il cranio di Piltdown si dimostrò vecchio di soli cinquantamila anni, mentre la
mascella si rivelò essere quella di uno scimpanzé. Ma ambedue le ossa erano
state rivestite con solfato di ferro e pigmento colorato. Insomma, il celeberrimo
teschio di Piltdown, già comparso su centinaia di libri e pubblicazioni, era
una truffa, un falso. Ma, ci si chiedeva, chi lo aveva perpetrato?
Ovviamente, dapprincipio tutti i sospetti si erano concentrati sullo stesso
Dawson. Scavando nella sua vita, vennero fuori prove evidenti che non si
trattava, come si dice, di uno stinco di santo e che, tutto sommato, non era poi
onesto e corretto come si credeva in giro. Il dottor J. S. Weiner, autore del libro
The Piltdown Problem (1955) racconta di essersi recato in Sussex e in un
archivio di resti fossili appartenuto a un contemporaneo di Dawson, in un
cassetto dove era conservato un osso, era riuscito a scovare un vecchio biglietto
su cui stava scritto: «Lavorato da C. Dawson con l'intento di frodare».
Si sapeva, infatti, che Dawson rivestiva i suoi reperti col bicromato al fine di
preservarli, o, per lo meno, questa era la giustificazione che aveva addotto a
Woodward. Gli storici locali, poi, lo avevano pesantemente criticato per aver
basato il suo History ofHastings Castle su un precedente lavoro senza riconoscerlo.
Da ultimo, correva voce che Dawson si fosse inimicato non pochi
membri della Società archeologica del Sussex, per avere acquistato una casa
che avrebbe costituito il luogo ideale per insediare il quartier generale della
prestigiosa Società. Inoltre, chiunque avesse “arricchito” il sito di scavo con
attrezzi e utensili preistorici e con ossa di ippopotami, rinoceronti e cervi doveva
senza dubbio avere libero accesso a questo genere di raro materiale fossile.
Non solo: era stata sempre la stessa persona a sistemare il secondo teschio
a qualche distanza per tacitare gli increduli. Ebbene, tutte queste cose,
naturalmente, Dawson avrebbe potuto farle benissimo.
Da parte sua, invece, Francis Vere, autore del libro The Piltdown Fantasy è
convinto che nella frode Dawson non c'entri per niente, perché non disponeva
di una conoscenza così approfondita per farlo, per esempio sufficienti nozioni
di odontoiatria per essere in grado di sistemare e riconoscere i denti fossili.
Vere sostiene che il falsario avrebbe potuto essere uno dei tanti archeologi
dilettanti che erano partiti a spron battuto alla ricerca dell'anello mancante
come, per esempio, un certo Harry Morris, un tipo frustrato e pieno di
rancore verso il mondo intero.
Ma perché l'avrebbe fatto? Immaginiamo Dawson. Almeno due le motivazioni:
il successo personale e la soddisfazione di dimostrare che la teoria dell'evoluzione
di Darwin era stata finalmente confermata. Cinquant'anni dopo
la pubblicazione de L'origine delle specie, il mondo pullulava di estremisti e
fondamentalisti, per i quali la teoria darwiniana continuava a essere una bestemmia.
Nel 1925 un colto insegnante di scuola di nome John Scopes venne
processato a Dayton, nel Tennessee, per aver osato presentare ai suoi allievi
la teoria evolutiva. Come se non fosse sufficiente, Scopes era stato riconosciuto
colpevole e condannato al pagamento di cento dollari.
In un pamphlet, intitolato Lessons of Piltdown (pubblicato nel 1959 dall'Evolution
Protest Movement) Francis Vere arriva a sospettare che persino
Teilhard de Chardin poteva essere d'accordo nel perpetrare l'inganno. Vere
comunque contesta l'idea della discendenza dai primati superiori, perché, a
suo avviso, ciò che in verità gli scienziati si dovrebbero sforzare di capire è
il punto cruciale della questione, ossia spiegare il “dono divino all'uomo”: la
mente. Vere dice di farsi portavoce dello stesso spirito che animava Samuel
Butler - un altro illustre anti-darwiniano - che protestava ai quattro venti che
la teoria della selezione naturale non aveva fatto altro che
«bandire Dio dall'universo». Bernard Shaw ha fatto sua la
protesta riprendendola nella introduzione
del suo Back to Methuselah, dove annuncia al mondo che il fallimento
del darwinismo sta nella sua eccessiva rigidità, nella sua ottusa incapacità
di riconoscere il compito decisivo svolto dalla volontà dell'uomo in
questo suo grandioso progetto di sviluppo.
Ciò che ha incominciato a ripetersi sin dal tempo di Vere - anni Cinquanta
- è che le sempre nuove scoperte archeologiche stanno puntando dritte sul riconoscimento
che non sembra esistere un collegamento fra l'essere umano e
le scimmie. Circa novanta milioni di anni or sono, nell'era successiva a quella
dominata dai dinosauri (vissuti dai 250 ai 150 milioni di anni fa), l'antenato
della scimmia e dell'uomo non doveva essere che un minuscolo animaletto
che si nutriva di insetti, una specie di topo o una donnola, che camminava
annusando il sottobosco. Poi, poco alla volta, vinta la paura e presa confidenza,
questi antenati avevano iniziato a salire sugli alberi, dove semi, bacche
e tenere foglie erano abbondanti. Come conseguenza, per poter afferrare
sempre meglio, questi animali avevano sviluppato una “mano” con un pollice
opponibile e quattro dita, un arnese decisamente più utile di una zampa
con tutte le dita unite fra loro. Molti di questi animali vennero sterminati dai
loro cugini più agguerriti, i roditori, che avevano un grande vantaggio: i loro
denti non smettevano mai di crescere e quindi non gliene cadeva mai uno. In
Africa però ce l'avevano fatta a sopravvivere o, per meglio dire, nell'immenso
continente che comprendeva l'Africa e il Sudamerica, prima che quaranta
milioni di anni or sono le due grandi masse continentali si separassero. Intanto,
gli animali saliti a vivere sulle piante si erano ulteriormente evoluti trasformandosi
in scimmie: in questo senso, volendo, l'uomo ha discendenza
scimmiesca.
Per chissà quale motivo, però, le scimmie avevano sviluppato gli organi della
vista, gli occhi, sul fronte del muso e non lateralmente come i roditori.
Questo particolare consentiva loro di sviluppare la percezione visiva in
profondità, cosa che apriva le porte all'utilizzo di strumenti. (Se provate a
guidare un'auto con un solo occhio aperto, vi accorgerete come sia difficoltoso
riuscire a valutare distanze e profondità del contesto). Mano a mano che
la Terra si era inaridita e le lussureggianti foreste africane si erano trasformate
in sterile savana, i primati si erano come separati lungo due generazioni: le
scimmie antropomorfe e le scimmie vere e proprie. Il primo esemplare di pre
ominide fu l'Aegyptopithecus, vissuto circa ventotto milioni di anni or sono.
Poi era venuto il Dryopithecus, una creatura simile al babbuino, diffusasi in
Africa e in Europa. Circa quindici milioni di anni fa, una diramazione del
Dryopithecus aveva scelto definitivamente la vita sugli alberi, diventando
quella specie di scimmie che incontriamo nelle avventure di Tarzan, il re della
giungla.
Era seguito, quindi, il Ramapithecus, venuto alla luce nel 1934 in India. Si
tratta di un essere così vicino all'uomo, che il paleontologo G. E. Lewis lo
classificò senza dubbio ominide. La datazione oscilla fra gli otto e i quattordici
milioni di anni e, a buon titolo, può considerarsi il vero primo uomo.
Nel 1924, in quella parte dell'Africa che oggi ci è nota come
Botswana, alcuni minatori che stavano trivellando la roccia
nei pressi del tracciato di una
ferrovia portarono alla luce dei fossili in una località detta Taungs. Si trattava
del cranio di un bambino di non più di sei anni di età, con ancora i denti
da latte. La scatola cranica si presentava decisamente più piccola rispetto
a quella di un normale bambino d'oggi, tuttavia la dentatura era già decisamente
umana. Tanto che il professor Raymond Dart arrivò a concludere di
essere al cospetto di uno dei «più antichi» esseri umani mai scoperti e lo
battezzò Australopithecus africanus o uomo scimmia del sud. Questa creatura
si cibava di carne. Oggi è noto come “dartiano”, dal nome del suo scopritore.
Qualche tempo dopo, veniva scoperto un altro tipo di
Australopithecus, vegetariano, ma decisamente più prestante,
tanto da essere battezzato
robustus.
Anche gli scienziati che sostenevano Dart avevano però difficoltà a ritenere
che questo ominide mangiatore di carne rappresentasse un anello tanto significativo
della catena evolutiva; ma alcune altre scoperte effettuate da Robert
Broom, nella seconda metà degli anni Trenta, hanno dimostrato che l'uomo
di Dart apparteneva senza dubbio alla specie umana, originaria dell'Africa.
Alcuni esemplari erano collocabili attorno a tre milioni di anni fa, altri in
tempi assai più recenti. Infatti, era stato da loro che si era evoluta una nuova
creatura, l'Homo erectus, immediato predecessore dell'Homo sapiens, una
volta scomparso dalla scena l'Australopithecus robustus.
Nei siti archeologici dove venivano alla luce gli Australopitechi, Dart rinveniva
anche resti di babbuini che presentavano due piccole infossature nella
parte posteriore dell'osso cranico. La scoperta negli stessi posti di ossa allungate
di antilope, dimostrava chiaramente che gli ominidi facevano uso delle
ossa come clave. Queste scoperte lo portarono a pubblicare nel 1949 un documento
altamente contrastato, La trasformazione in predatore, dalla scimmia
all'uomo, dove Dart sostiene che l'intelligenza dell'uomo si sviluppò soprattutto
grazie all'uso delle armi. Brandire una clava richiede una buona dose
di coordinazione mano-occhio. In definitiva, Dart afferma che l'uomo deve
il suo sviluppo verso la luce dell'intelligenza grazie a alcune scimmie assassine;
mentre altri gruppi più tranquilli rimasti sugli alberi si erano sviluppati
in gorilla, oranghi e così via. L'uomo di Dart aveva iniziato a produrre armi
- nient'altro che semplici pietre dai bordi appuntiti, con i quali staccare la
carne e la pelle dalle ossa - circa due milioni di anni or sono.
La teoria dell'evoluzione umana suggerita da Dart venne resa popolare dall'opera
di divulgazione dello scrittore, poi antropologo, Robert Ardrey, in un
libro celebre, dal titolo African Genesis. Ecco, in sintesi, come Ardrey immagina
l'evoluzione dell'uomo. Circa quindici milioni di anni fa, nell'era
miocenica, l'Africa era ancora tutta coperta da lussureggianti foreste. Trascorsi
tre milioni di anni, le piogge si erano fermate e dal Miocene la Terra
era passata nel ben più arido Pliocene. In questo momento, i nostri antenati
avevano incominciato a scendere dagli alberi, per cercare fortuna e migliore
caccia nella savana. Da qui erano nati i due diversi tipi di Australopiteco:
quello che mangiava carne, il “dartiano” e il “robusto”. Fu in questo periodo
che i primi presero a usare le ossa come armi.
Poi, circa dieci milioni di anni or sono, la pioggia era tornata e si era avviato
il Pleistocene. Secondo Ardrey, era stato il clima contrario che aveva costretto
l'uomo a sviluppare l'intelligenza. Comparivano armi in pietra scheggiata
e asce. Il meno forte “robusto” recedeva ogni volta in cui le piogge lasciavano
il campo a forti siccità; mentre il “dartiano”, riuscendo a adattarsi
sempre meglio, continuava a prosperare. E poiché il suo grande vantaggio
evolutivo era l'istinto di aggressione, la sua furia assassina, poco alla volta si
era imposto come la specie dominante del pianeta. Sta in questo la grave minaccia
che incombe sull'umanità: il pericolo di autodistruzione.
Indubbiamente, siamo al cospetto di una gran bella teoria, che fila via liscia
come l'olio e davanti alla quale anche gli anti evoluzionisti non possono fare
a meno di tentennare. Ma non è però detto sia l'ultima parola. Richard
Leakey, figlio dell'eminente antropologo Louis Leakey (che Ardrey cita generosamente),
sostiene infatti che da tutte le più recenti scoperte, viene fuori
che l'essere umano primitivo non era affatto un guerrafondaio, ma una creatura
pacifica, almeno fino a quando non aveva incominciato a costruire le
città, con i tanti problemi connessi, non da ultimo quello del sovraffollamento.
In merito, l'antropologo nordico Bjòrn Kurtén, ha sviluppato una sua
originale teoria nel libro Non dalle scimmie (1972), secondo le linee che seguono.
I tre diversi rami dei nostri antenati Ramapitechi risalenti a circa quindici
milioni di anni or sono (Miocene) erano delle piccole creature, grosso modo
come un odierno bambino di cinque anni; ma avevano già occhi e denti umani.
Secondo Kurtén questi gruppi, altamente sociali, svilupparono una sorta
di “sistema di comunicazione” - di avvertimenti e via dicendo - poi sfociato
nel linguaggio. Questo li aveva portati a configurare «semplici processi di
pensiero».
Con l'avvento della siccità e con la trasformazione delle foreste in savane
nell'era pliocenica, queste creature erano discese dagli alberi, non perché ne
venissero scacciate, ma perché le grandi distese offrivano maggiori opportunità
di sopravvivenza. La stessa scelta venne fatta contemporaneamente dai
babbuini, solo che questi si fermarono allo stadio di erbivori che procedevano
a quattro zampe, mentre gli ominidi diventarono dei bipedi carnivori. La
postura eretta presentava parecchi lati positivi, in primo luogo la possibilità
di poter spingere lo sguardo molto più lontano - con grande vantaggio per la
caccia. Essere costretti a combattere pressoché in continuazione - per esempio,
cacciando animali di piccola taglia - portò progressivamente alla caduta
dei peli.
Poiché la vita randagia risultava difficile per donne e bambini, ad un certo
momento le prime comunità di ominidi diventarono stanziali. Mentre gli uomini
si dedicavano alla caccia, le donne si fermavano nel villaggio. Nacquero
i primi nuclei familiari, con la coppia a fondamento basilare dell'aggregazione
minima. Poco alla volta il sesso incominciò a diventare un elemento
sempre più importante della vita sociale e il passaggio dall'accoppiamento da
dietro a quello frontale fu un altro elemento distintivo fra l'uomo e l'animale.
Il corpo veniva ricoperto con pellicce sempre più sottili,
morbide e gradevoli al contatto con la pelle. Le labbra si
fecero carnose e il seno delle donne
prominente. (Kurtén riconosce di avere tratto questa immagine dal libro di
Desmond Morris, La scimmia nuda). Poi l'abilità di maneggiare le armi aveva
fatto compiere un decisivo salto di qualità allo sviluppo dell'intelligenza e
dal mugolio scimmiesco nacque un primitivo, ma efficace, metodo di comunicazione.
l'Homo erectus, comparso due o tre milioni di anni fa, si era quindi affiancato
a quello di Dart. Solo che mentre quest'ultimo tipo di ominide possedeva
una capacità cranica non superiore a 500 cc, quella del nostro più stretto
progenitore, attorno a 400.000 anni or sono, già si era raddoppiata. Poi, di
colpo, il processo si era bloccato e l'Homo erectus era uscito di scena.
Ma circa un milione di anni fa una nuova specie,
quella dell'Homo sapiens
era comparsa all'orizzonte, ancora adesso non sappiamo come. (Uno scienziato,
Allan Wilson, sostiene che il sapiens sia derivato
dall'erectus in Australia).
Una cosa è però senz'altro certa: il cervello passò da 1000 a 1800 cc,
in tempi brevissimi, evolutivamente parlando, a seguito di un processo straordinario,
che gli antropologi definiscono “esplosione del cervello”.
Ma quale fu la causa di questa esplosione? Oggi ne sappiamo a sufficienza
sulla evoluzione per dire che le cose in questo campo non avvengono per caso,
perché l'evoluzione non è un fattore “naturale”: lo squalo è così da 150
milioni di anni e non è mai cambiato. Giunto a questo traguardo, Kurtén non
ha altro da aggiungere, salvo ribadire l'ovvio, vale a dire che le nostre capacità
furono esaltate dai cambiamenti imposti dall'ambiente (come, per esempio,
il pessimo clima del Pleistocene). Eppure, per quel poco che ne sappiamo,
nell'ultimo mezzo milione di anni non sembra si siano verificati grandi
mutamenti sul nostro pianeta, se solo si fa eccezione per il succedersi delle
ere glaciali. Certo, non è da escludere che anche questo genere di “pressioni”
abbia determinato cambiamenti radicali nello sviluppo del cervello dell'uomo,
anche se è più plausibile immaginare che invece della scatola cranica abbiano
facilitato la crescita di peli e capelli. Ardrey, aggiungendo un po' di
fantasia, arriva a ipotizzare che l'esplosione del cervello venne provocata
dallo schianto di una cometa nell'oceano Indiano, 70.000 anni or sono (i cui
resti, le tediti, sono ancora oggi rintracciabili su un'area di migliaia di chilometri
quadrati) con il conseguente ribaltamento del campo magnetico terrestre.
Ardrey afferma che nel momento in cui la Terra era rimasta, seppure per
un brevissimo istante, priva di campo magnetico, una pioggia di raggi cosmici
si era rovesciata sul pianeta provocando mutamenti genetici decisivi,
quelli che per l'appunto avevano portato all'uomo.
Un altro antropologo, Otto Kiss Maerth, ha dedicato un intero libro intitolato
The Beginning Was thè End (1971) per sostenere un'ipotesi apparentemente
strana: l'evoluzione umana sarebbe stata determinata dal cannibalismo:
alcune scoperte effettuate nelle vicinanze di Pechino nel 1929 sembrarono
dimostrare che gli ominidi di circa 600.000 anni or sono fossero soliti
cibarsi del cervello dei nemici uccisi. Secondo Maerth cibarsi del cervello di
un altro uomo stimolava sia lo sviluppo dell'intelligenza che la spinta sessuale,
due fattori fondamentali nella determinazione dell'esplosione
del cervello. Una forte obiezione a questa teoria sta nel
fatto che le prove del cannibalismo
dei nostri progenitori sono troppo rare per poter giustificare e fare da
base all'evoluzione umana nella sua complessità di fenomeno generalizzato.
Ardrey suggerisce un'altra teoria, quella che lui chiama «ipotesi della caccia»,
fondata sul concetto che l'uomo imparò ad apprezzare la cooperazione
sociale incominciando a cacciare in gruppo. Sempre Ardrey, in modo abbastanza
singolare, propone che l'uomo di Dart divenne carnivoro nel corso
dell'era pleistocenica (nell'ultimo milione di anni), quando a causa della siccità
la vegetazione era diminuita. Ma quando Louis Leakey nel corso degli
scavi eseguiti nel sito di Fort Teman, in Kenya, scoprì che il Ramapithecus
era già carnivoro quindici milioni di anni fa, questa teoria
venne completamente smantellata; anche se Ardrey continuò a
mantenere salda l'ipotesi della
caccia come decisiva molla evolutiva. Peccato che ciò che non gli riesce di
spiegare è come mai animali come i lupi, abili cacciatori in branchi, non abbiano
imboccato lo stesso percorso evolutivo.
In realtà, a questa domanda dice di aver trovato risposta lo psicologo sperimentale
Nicholas Humphrey, dedicatosi per anni allo studio dell'intelligenza
dei gorilla del Ruanda, nel centro dell'Africa, il quale si è chiesto come mai
essi posseggano cervelli così grandi pur non essendo né crudeli né tanto meno
aggressivi; la loro vita, infatti, è fatta di azioni semplici e ripetute come
dormire, mangiare e spostarsi in nuovi territori in cerca di cibo. Osservando
questi grandi animali più da vicino, Humphrey ha avuto modo di notare la
straordinaria sensibilità dimostrata nei confronti dei loro simili. Un cucciolo
che cresce in una famiglia di gorilla è come un essere umano laureato nella
più prestigiosa delle università; impara a reagire con grande delicatezza nei
confronti degli stati d'animo, dei sentimenti e delle reazioni degli altri gorilla.
Se, dunque, Humphrey ha ragione, significa che lo sviluppo della scatola
cranica aumenta col crescere della sensibilità e della complessità dell'intreccio
delle relazioni sociali.
In altre parole, ecco, qui di seguito, la sua concezione: mano a mano che
l'uomo era progredito grazie alla sua sempre più spiccata abilità di cacciatore,
lo sviluppo demografico era esploso e la socializzazione con altri gruppi
era diventato un aspetto fondamentale del suo vivere. Quando sensibilità, solidarietà
e cooperazione si erano poi rivelati fattori di sopravvivenza, il cervello
era esploso.
C'è da riconoscere, comunque, che la teoria della caccia spalanca la porta a
quello che fu il passaggio evolutivo successivo. Se Kurtén ha ragione quando
afferma che l'uomo dartiano diventò stanziale nel Pleistocene, lasciando a casa
donne e bambini mentre lui andava a caccia, ebbene questa stessa possibilità
va ascritta anche e a maggior ragione all'Homo sapiens nel corso delle siccità
e poi delle ere glaciali del Pleistocene. Sono tanti gli antropologi convinti
che il sesso abbia giocato un ruolo importante nell'evoluzione dell'uomo,
basti citare Kurtén, Morris, Maerth, con la sua teoria del cervello cannibalizzato.
Per gli animali il sesso sembra essere un'attività di scarso conto, che si
fa importante soltanto in certi periodi di tempo quando la femmina va incontro
al suo ciclo periodico. Per l'uomo è diverso. Ad un tratto,
nel corso dell'evoluzione, il sesso si è trasformato in un
desiderio che si accendeva anche indipendentemente
dalla condizione della femmina, tanto che l'uomo iniziò a
consumare l'atto sessuale in qualsiasi momento, evitando solamente il periodo
del mestruo della compagna. Tutto questo nell'ottica della ipotesi della
caccia può avere un senso. Se un cacciatore era stato lontano di casa per qualche
giorno, se non addirittura settimane, è logico che una volta fatto rientro a
casa sentisse forte il desiderio di unirsi con la compagna, che lei fosse o non
fosse in “calore”. Di certo, alcune donne si saranno anche opposte, ma la maggioranza
trovò certamente gradito e piacevole questo cambiamento, mettendo
in minoranza, se non addirittura eliminando fisicamente, le contestatrici.
A questo proposito c'è da osservare come siano pochi gli studiosi capaci di
riconoscere l'importanza del sesso come fattore interno dell'evoluzione umana.
Quando un animale non ha niente da fare, si corica e riposa; quando questo
accade all'uomo, molto sovente egli si dedica alla pratica sessuale. Se nei
dintorni si aggira una bella ragazza, il maschio, anche se già accoppiato, entra
in agitazione e non può fare a meno di subirne il fascino. Se il maschio è
un imbranato oppure troppo inibito, tutto si ferma a livello di sogno e fantasticheria,
altrimenti passa all'azione. Da attività complementare, quasi trascurata
quale era, il sesso si trasformò in qualcosa di vitale, il centro e il fulcro
della vita sociale dell'uomo.
Proviamo, adesso, a immaginare uomini dell'Età della Pietra in un periodo
di scarsità di cibo. Erano costretti a restare lontani da casa chissà quanti giorni
di seguito, lontani dalle compagne e dai figli. Una spedizione di caccia poteva
spingersi molto distante e protrarsi a volte anche per più di un mese. Tornati
a casa, gradivano certamente ritrovare le loro compagne pronte a riceverli,
recettive all'amplesso, sviluppando progressivamente tutti quei caratteri
di richiamo e attrattiva sessuali come le labbra vistose e carnose, un grande
seno e natiche provocanti. Inoltre, quando i cacciatori tornavano dopo tanto
tempo, magari qualche giovane si era nel frattempo trasformata in una
femmina ormai matura. È evidente che tornare, pieni di appetiti e trovare al
villaggio queste nuove potenziali compagne pronte all'accoppiamento doveva
essere senz'altro un motivo di eccitazione niente affatto trascurabile per
uomini che era da tempo che non consumavano un rapporto sessuale. Inoltre,
i giovani maschi avevano un motivo in più per diventare dei bravi e coraggiosi
cacciatori: al rientro a casa avrebbero potuto accoppiarsi come premio
con le giovani più procaci e promettenti.
Ma c'è un'altra osservazione importante tipica dell'essere umano: sin dagli
anni della fanciullezza hanno la tendenza a fantasticare su un compagno ideale.
I ragazzi si innamorano sin dalle elementari delle compagne più graziose e
sognano di essere un cow-boy e poterle liberare dalle insidie degli indiani cattivi.
Non sappiamo se cani, gatti e altri animali domestici a noi più vicini vivano
anche loro questa condizione, ma non sembra ne siano coinvolti. Da questo
punto di vista, in definitiva, sembra proprio sia stato il sesso la spinta più formidabile
per sollecitare l'uomo all'uso della fantasia e dell'immaginazione.
Inserito in un contesto di ordine più generale, tutto questo significa che il
sesso impone obiettivi e mete da raggiungere, anche quando non
esistono altri stimoli. In altre parole, si tratta di un
fattore, diciamo così, endogeno dell'evoluzione,
un canale psicologico sempre attivo. Potrebbe, in definitiva, essere
il fattore che spiega come mai l'uomo sia diventato un “animale evolutivo”,
un animale che combatte anche quando ha già la pancia piena.
Da parte sua Kurtén sembra abbracciare questa ipotesi quando scrive:
«Un'altra semi soluzione [al problema dell'evoluzione] consiste nell'idea di
una forza trainante vitale interna, il cosiddetto élan vital, che potrebbe aver
condotto l'essere umano verso nuove vette di nobiltà e spiritualità. Malauguratamente,
non esistono prove solide che confermino l'esistenza di una simile
energia». Ma questa forza è proprio il sesso, che Goethe riconosce appieno
quando afferma: «L'eterno femminino ci inabissa e ci innalza».
In un'altra parte del suo libro Kurtén non condivide un'ulteriore possibilità,
che migliorandosi e evolvendosi l'uomo generi una discendenza migliore,
Questo concetto è noto come “ereditarietà dei caratteri acquisiti” e si tratta di
una parte della teoria dell'evoluzione già presentata dal Lamarck ancor prima
di Darwin. La più semplice illustrazione di questo concetto è l'esempio del
perché le giraffe si siano evolute con il collo tanto lungo. Secondo Darwin, le
ricorrenti siccità e la conseguente scomparsa della vegetazione di media altezza
aveva condannato all'estinzione per mancanza di cibo le giraffe dal collocorto. Ma quelle giraffe che, per puro caso, possedevano un collo anche
solo leggermente più lungo delle altre, erano sopravvissute, riuscendo a raggiungere
il cibo sulla vegetazione più alta. Da quel momento, la tensione
evolutiva della specie delle giraffe aveva iniziato a spingere affinché tutte le
giraffe nascessero col collo più lungo. E così tutte le giraffe sono nate con
questa singolare caratteristica morfologica. L'idea di Lamarck consiste nell'osservazione
che, quando nei periodi di grave siccità l'unico cibo raggiungibile
era costituito da vegetazione alta, i continui sforzi delle giraffe piccole
di raggiungere le foglie poste sui rami più alti avevano determinato in loro la
spinta evolutiva a riorganizzare il proprio cromosoma e a nascere con il collopiù lungo e quindi più utile nei periodi di crisi.
La scoperta della genetica da parte di Mendel, sembrò dare torto a Lamarck
e gratificare Darwin. Perché la genetica pareva premiare il fatto che per quanti
sforzi avessero fatto le antiche giraffe, il loro collo non si sarebbe mai allungato
se questo carattere non fosse transitato nei geni nel quadro di uno sviluppo
evolutivo cromosomico.
Nel XX secolo alcuni biologi incominciarono a chiedersi se dietro la pur apparente
casualità delle mutazioni genetiche non si nascondesse in realtà una
sorta di progetto di utilità per l'organismo. Ma l'ipotesi venne smantellata
dallo studio sui batteri, dove si dimostrava che i geni mutano secondo un
principio di mera casualità. Anche colonie di batteri in piena salute e ben nutriti
subiscono mutazioni genetiche di natura casuale. D'altro canto, questo
era il risultato che ci si aspettava. Infatti, per quale motivo, sani e ben nutriti,
avrebbero dovuto tendere verso un cambiamento?
Ma la teoria era ancora una volta destinata a cambiare. Nel 1980 il dottor
John Caims dell'Università di Harvard si mise a studiare i batteri, arrivando
a scoprire che, malgrado ciò che si immaginava, alcuni
potevano mutare deliberatamente, semplicemente optando per un
cibo piuttosto che un altro.
Questi clamorosi risultati vennero confermati dal professor Barry Hall, dell'Università
di Rochester a New York. Quando Hall aveva privato i suoi batteri
di un aminoacido essenziale alla loro sopravvivenza, alcuni avevano subito
una mutazione così da essere in grado di sintetizzare quell'aminoacido
per conto proprio. Ad un certo momento, l'intera colonia di batteri era composta
di batteri “mutati”. Questo dimostrava, dopo tutto, che Lamarck aveva
ragione; così come, ma senza volerlo, era accaduto a Samuel Butler che aveva
contestato Darwin proprio su questo fronte (vedi il Capitolo 2).
Ma anche a un livello meno scientifico questo è un fatto riscontrabile e la rigida
teoria darwiniana mostra il limite. Tutti sappiamo degli sforzi compiuti
da una coppia di genitori che si impegnano affinché alcune delle loro caratteristiche
migrino nei loro figli, per esempio, genitori che trasmettono ai figli
la passione per lo studio e l'apprendimento. La verità, stando a Kurtén, si nasconde
nel fatto che il cervello dell'uomo possiede una estesa capacità “in
stato dormiente”, attivabile però da giusti stimoli. Tanto è vero che l'uomo ha
sviluppato quello che possiamo definire un “cervello moderno” ancora prima
di dedicarsi alla lettura, alla musica o alla filosofia.
Kurtén conferma questa idea quando sostiene che i nostri antenati sono scesi
dagli alberi non tanto per mancanza di sostentamento, quanto piuttosto perché
eccitati dalle maggiori, infinite possibilità offerte dalle grandi pianure.
Anche in questo caso, nuovamente, egli riconosce una forza evolutiva, la
passione per l'avventura, per un modo di vivere più pieno e ricco. Il suo libro
Non dalle scimmie è orientato a sostenere che la straordinaria unicità dell'uomo
risalga a non meno di trentacinque milioni di anni or sono, quando la
linea evolutiva dell'uomo si staccò in modo netto e definitivo da quella delle
“cugine” scimmie. All'inizio lo scollamento potrebbe anche essere stato provocato
dai meccanismi della selezione naturale e dalla sopravvivenza del più
adatto. Ma nel corso dell'ultimo mezzo milione di anni - se non forse anche
qualcosa in più - la spinta evolutiva ha raggiunto il suo acme, al punto che
anche un arciconvinto darwiniano come Sir Julian Huxley
(nipote di T. H. Huxley) arrivò a riconoscere che alla fine
l'uomo era diventato «l'artefice del
suo stesso processo evolutivo».
A questo punto si vede come l'annosa controversia del cosiddetto “anello
mancante” si sia da sempre fondata su una semplice errata interpretazione dei
fatti e dei termini del discorso. Da una parte Darwin che considera l'uomo
come una scimmia solo più intelligente, qualità sviluppatasi per mera casualità.
Significando che ogni sforzo umano non ha alcun valore sotto il profilo
evolutivo. Lottiamo perché lo dobbiamo fare, perché è qualcosa di insito nella
razza. Ma quelle che riteniamo le nostre elevate “aspirazioni” altro non sono
che illusioni, perché, alla fine, altro non siamo che semplici scimmie.
Dall'altra parte i fatti, l'evoluzione concreta dell'uomo che dice tutt'altro.
L'uomo è diventato un animale evoluto, una creatura che ha desiderato il
cambiamento. La competizione è divenuta la sua seconda natura, una lotta
fondata sul suo profondo romanticismo, quello stesso che ha consentito alla
poesia greca di cantare Elena di Troia; ai trovatori di idealizzare la “donna
angelicata”, la prescelta, la sola; a Malory di immortalare Ginevra e Isotta. E
ci sono tutti i presupposti per credere che il processo sia ancora ben lungi dall'essersi
concluso. La “capacità in sonno” custodita nell'uomo, quella che
cambiò l'uomo di Dart in quello di oggi giace tranquilla nelle nostre menti. Il
cervello, in tutta la sua complessità, si è sviluppato grazie alle relazioni sociali
e alla cooperazione, anche se le sue notevoli dimensioni parlano chiaro:
la sua potenzialità non è sfruttata che in minima parte.
I fisiologi del cervello ci dicono che a dispetto di scienza, filosofia, arte e tecnologia
avanzata, l'uomo moderno non utilizza che un quinto delle potenzialità
della sua mente. Quando sarà in grado di sfruttare anche tutta l'altra parte,
ci sono ottime ragioni per credere che diventerà così diverso da quello che è
oggi almeno quanto i nostri antichissimi predecessori erano diversi da noi.
 
CAPITOLO 34.
LA GRANDE ESPLOSIONE DI TUNGUSKA.

Il 30 giugno del 1908 gli abitanti di Nizhne-Karelinsk, un piccolo villaggio
nel cuore della Siberia, spaventati e affascinati, videro una vivida striscia
bluastra solcare il cielo di nordovest a folle velocità. Quello che all'inizio era
sembrato un solo punto luminoso si era mantenuto tale per non più di dieci
minuti, poi si era spaccato in due. All'impatto con la Terra la “cosa” aveva
sollevato una intensa e spessa coltre di fumo e detriti. Qualche secondo ancora
e c'erano state delle violente detonazioni che avevano fatto tremare le
case.
Credendo fosse arrivato il giorno del giudizio divino, molti si erano gettati
a terra in ginocchio, implorando il perdono di Dio. A posteriori, si deve tutto
sommato riconoscere che non si trattò di una reazione spropositata, dal momento
che quella gente terrorizzata aveva assistito alla più grande catastrofe
naturale rovesciatasi sul pianeta che la storia ufficiale ricordi. Se l'oggetto
che provocò l'evento - che noi oggi siamo soliti definire “la grande esplosione
siberiana” - fosse sopraggiunto solo poche ore prima o dopo avrebbe
potuto impattare in qualche regione abitata e popolosa provocando danni e
distruzioni neppure immaginabili.
Come si venne poi a sapere a seguito delle vaste indagini, il villaggio di
Nizhne-Karelinsk distava quasi 400 km dal punto dell'urto, tuttavia i tetti
delle case avevano abbondantemente tremato, scrollandosi di dosso la polvere
del tempo. Il treno della Transiberiana si era fermato, perché il conducente
aveva avuto l'impressione che fosse deragliato; mentre i sismografi della
cittadina di Irkutsk, segnalavano senz'altro un terremoto di vaste e potenti dimensioni.
E pensare che sia la città sia il treno in quel momento distavano
circa 1200 km dall'epicentro del fenomeno.
Qualunque cosa sia stata a cadere nella regione siberiana, era esplosa sprigionando
un'energia strepitosa. Le onde d'urto avevano fatto due volte l'intero
giro del pianeta prima di acquietarsi e gli effetti meteorologici sull'emisfero
settentrionale ebbero strascichi a lunga gittata oltre che singolari. Per
tutta la restante parte del mese di giugno, per esempio, a mezzanotte a Londra
si potevano leggere con tutta tranquillità gli articoli del «Times», notoriamente
scritti in caratteri a dir poco minuscoli. Sui quotidiani circolavano
fotografie notturne di Stoccolma che sembravano scattate di giorno ed invece
erano state prese nel cuore della notte senza alcun altro ausilio, vale a dire
utilizzando la luce naturale; ma anche celebre era diventata l'immagine
della città russa di Navrochat scattata a mezzanotte e limpida e chiara come
una qualsiasi presa in un bel pomeriggio estivo.
Per alcuni mesi il mondo intero potè assistere a tramonti e aurore spettacolari,
almeno tanto belle e impressionanti quali quelle generate dal vulcano
Krakatoa a seguito della spettacolare esplosione del 1883. Da qui, oltre alle
solite immense nubi vulcaniche, si era sollevata nell'atmosfera terrestre una
grande quantità di polvere, come avviene nelle esplosioni nucleari.
Ma la cosa più singolare di questo evento sta nel fatto che all'epoca non ci
fu nessuno che gli prestò attenzione. Nei giornali locali erano comparsi alcuni
trafiletti, ma al di là di questo non era successo null'altro. I meteorologi si
interrogavano sugli strani fenomeni celesti e climatici, ma a nessuno venne in
mente di risalire alla vera causa di tutto quel pandemonio.
Fu solo dopo la fine della prima guerra mondiale e dopo che l'impero zarista
era stato rovesciato dalla rivoluzione che lo straordinario evento venne finalmente
portato all'attenzione del mondo della scienza e della ricerca. Nel
1921, come parte del piano più generale previsto da Lenin per collocare in
prima fila nel campo scientifico la sua Russia davanti agli occhi del mondo,
l'Accademia sovietica delle Scienze assegnò al professor Leonid Kulik il
compito di investigare in modo appropriato sulle precipitazioni di meteoriti
sul territorio russo. Kulik fu il primo, dunque, a cercare di ricostruire ciò che
era accaduto. Dopo aver messo insieme i pochi rapporti giornalistici redatti
all'epoca, si era senz'altro convinto che qualcosa di veramente importante
doveva essere accaduto nel cuore della Siberia in quella estate del 1908.
I rapporti e i resoconti raccolti suonavano però contraddittori e confusi. Non
ce n'erano due che concordassero sull'esatto punto dello schianto. In alcuni,
invece, si diceva che il meteorite era stato persino trovato. Insomma, una
grande confusione. Tuttavia, quando i suoi collaboratori avevano incominciato
a raccogliere testimonianze, Kulik aveva trovato nuovamente conferma
dell'eccezionaiità del fenomeno. Doveva indagare, assolutamente, perché
non si trattava di un “normale” meteorite.
Tutti i rapporti erano per lo meno concordi su di un aspetto: quando l'oggetto
si era schiantato al suolo, aveva creato un cratere enorme, dal quale si
era innalzata una colonna di fumo e fuoco ardente più del Sole stesso. Capanne
distanti erano state spazzate via e le mandrie di renne si erano disperse
terrorizzate. Un uomo, intento ad arare nel suo piccolo campo, aveva avvertito
un forte calore sulle spalle, mentre altri dichiararono di aver subito
delle evidenti scottature sul viso, ma solo da un lato. Altri erano diventati
temporaneamente sordi per il gran frastuono ed altri ancora avevano riportato
per un lungo periodo i segni degli effetti termici legati al misterioso fenomeno.
Ciò malgrado, molto stranamente, non si aveva avuto notizia di vittime
o di persone ferite in modo serio. La “cosa” piombata dal cielo aveva
scelto uno dei rari luoghi del pianeta in cui gli effetti della sua caduta sarebbero
stati contenuti e non catastrofici. Si fosse presentata all'impatto con la
Terra qualche ora più tardi, si sarebbe schiantata su San Pietroburgo, Londra
o New York. Anche se fosse sprofondata nell'oceano, le gigantesche ondate
che si sarebbero sollevate avrebbero devastato e cancellato dalla faccia della
Terra tutte le zone costiere. Insomma, quel fatidico giorno l'umanità aveva
corso il rischio del più terrificante disastro della Storia e non se n'era neppure
resa conto.
Dopo tanto cercare, però, alla fine Kulik era riuscito a mettere le mani sul
rapporto di un meteorologo locale, il quale, bontà sua, si era preoccupato di
segnare le coordinate del punto di impatto. Ricevuta conferma dall'archivio
dati dell'Accademia delle Scienze, il professore aveva così potuto organizzare
la spedizione e muoversi per raggiungere il luogo dell'impatto con la necessaria
cognizione di causa.
L'immensa foresta siberiana è uno dei luoghi più desolati di tutto il pianeta.
Ancora oggi è in gran parte inesplorata e ci sono zone che l'occhio umano ha
solo visto dall'alto, tramite ricognizioni aeree. I pochi insediamenti esistenti
sono tutti raggruppati lungo le rive dei grandi fiumi, alcuni tanto larghi da
non riuscire a occhio nudo a guardare da una sponda all'altra. Gli inverni sono
gelidi, mentre in estate il terreno si fa paludoso e l'aria è infestata da sciami
di insetti. Kulik era atteso da un'impresa molto difficile. L'unica possibilità
per muoversi erano cavalli e muli oppure zattere per spostarsi lungo i fiumi,
senza, per di più, sapere dove andare a parare o che cosa cercare esattamente.
Nel marzo del 1927 Kulik era dunque pronto. Nel gruppo c'erano anche due
guide locali che dicevano di aver assistito all'evento. Dopo non poche traversie,
ad aprile, la spedizione era approdata sul fiume Mekirta, il corso d'acqua
più vicino al punto dell'impatto, all'epoca una sorta di barriera naturale
fra la foresta intoccata e vergine e una devastazione pressoché totale.
Raggiunto finalmente il posto della catastrofe, per prima cosa Kulik era salito
su di una vicina altura per osservare la zona dall'alto. Per quanto gli riusciva
di spingere lo sguardo lontano in direzione nord - una distanza di quasi
venti chilometri - non si scorgeva un solo albero rimasto in piedi. Erano
stati tutti atterrati dall'esplosione e ora giacevano distesi come tanti soldatini
abbattuti, tutti rivolti verso di lui. Era inoltre chiaro che lo spettacolo che stava
osservando era soltanto una parte della totalità della devastazione, visto
che a perdita d'occhio gli alberi risultavano tutti coricati, allineati nella medesima
direzione. La catastrofe doveva essere stata ben più grande di quanto
anche i rapporti più generosi avevano riportato.
Quando Kulik aveva deciso che si sarebbe perlustrata l'intera zona devastata,
le due guide si erano spaventate e avevano rifiutato di seguirlo. Anzi minacciavano
di lasciare il luogo, abbandonandolo al suo destino. Era stato costretto
a tornare indietro e soltanto in giugno era riuscito a tornare sul posto
con due nuove guide.
La spedizione era quindi entrata in azione. Per alcuni giorni la carovana si
era spostata lungo la traiettoria indicata dagli alberi caduti, poi aveva raggiunto
un grande anfiteatro in mezzo alle colline e qui era stato collocato il
campo base. I giorni successivi Kulik li aveva impegnati a monitorare la zona,
arrivando a concludere che quello era il grande cratere, il centro dove si
era scatenato l'inferno dell'impatto. Tutto attorno, gli alberi giacevano a terra
la punta rivolta verso l'esterno, mentre se n'erano preservati alcuni gruppi
incredibilmente rimasti dritti. Proprio nel centro del grande cratere, molti alberi
erano rimasti in piedi, anche se spogli e carbonizzati.
Adesso l'immensità della devastazione cominciava ad apparire in tutta la
sua interezza, se solo si considerava che dalle sponde del fiume al centro del
cratere correvano la bellezza di 60 km. In altre parole, l'impatto aveva devastato
un'area di foresta superiore a 10.000 km quadrati. Sempre lavorando
sull'ipotesi che la catastrofe fosse stata provocata da un gigantesco meteorite,
Kulik si era messo a ricercarne i resti, credendo di averne trovata traccia
quando si era imbattuto in una serie di cavità piene d'acqua che egli riteneva
causate dai frammenti del meteorite esploso nell'impatto. Ma quando alcune
di quelle cavità erano state prosciugate si erano rivelate desolatamente vuote.
Una presentava sul fondo addirittura dei ceppi d'albero, prova evidente che
non poteva essere stata provocata dall'impatto con un blocco meteorico.
Kulik era destinato a compiere ben quattro spedizioni nella zona dell'esplosione
e fino alla morte rimase convinto che si era trattato di un gigantesco
meteorite, anche se non rintracciò mai i frammenti di ferro e roccia
che avrebbero in qualche modo confermato la sua teoria. Perché, alla resa
dei conti, malgrado i tanti sforzi, Kulik non riuscì a dimostrare che qualcosa
aveva impattato il terreno. Si notava il segno di almeno due onde esplosive
- quella vera e propria e quella balistica - ma non si poteva riconoscere
un cratere impattivo vero e proprio.
Quella nuova evidenza non faceva che rafforzare il già fitto mistero. Da una
ricognizione aerea effettuata nel 1938 si rilevò che in verità soltanto 2.000
km quadrati di foresta erano stati abbattuti e che il punto centrale della zona
disastrata era chiaramente segnato dalla singolare presenza di alcuni alberi
conservatisi misteriosamente in piedi. Questo particolare rispondeva allo
schema distruttivo tipico dell'esplosione di una bomba piuttosto che a quello
di un meteorite, tipo quello che a Winslow, in Arizona, ha lasciato dietro di
sé un cratere profondo più di 200 m. Anche il modo in cui l'oggetto era precipitato
sulla Terra era in discussione. Oltre settecento testimoni riferirono
che ad un tratto aveva cambiato rotta. La direzione originale, infatti, l'avrebbe
portato a precipitare nei pressi del lago Baikal, ma ciò non era avvenuto
per via del mutamento di traiettoria. Non esiste alcun corpo celeste in grado
di manovrare mentre precipita, né è possibile ai fisici spiegare come potrebbe
farlo, pur mettendo in campo tutte le teorie conosciute.
Un altro effetto degno di nota derivato dalla catastrofe è quello esercitato
sugli alberi e sugli insetti della zona colpita. Gli alberi che non erano stati abbattuti
avevano però interrotto la crescita o, al contrario, si erano sviluppati
in modo rapido e anomalo. Studi zoologici hanno rivelato la presenza di nuovi
tipi di formiche e insetti, esseri viventi tipici soltanto
della regione di Tunguska dopo l'incidente.
Non erano trascorsi che pochi anni da quando il professor Kulik era morto
in un campo di concentramento tedesco, che anche i Giapponesi ebbero modo
di sperimentare analoghi, ma ancora più terribili, effetti simili a quelli dell'esplosione
di Tunguska con la distruzione delle città di Hiroshima e Nagasaki
a causa della bomba atomica.
Le conoscenze di cui disponiamo ci aiutano a chiarire in parte il mistero che
tanto ha angustiato il povero professor Kulik. La ragione dell'assenza del
cratere d'impatto è dovuta al fatto che l'esplosione non è avvenuta a terra ma
in aria, proprio come capita con la bomba atomica. La conferma viene dagli
alberi mantenutisi eretti proprio nel cuore del cratere. Anche nelle due città
giapponesi disintegrate dalle bombe le case direttamente collocate sotto la linea
d'arrivo degli ordigni non sono crollate, dal momento che la spinta d'urto
dell'esplosione è radiale, si espande cioè verso l'esterno. Le numerose mutazioni
genetiche osservate nella flora e nella fauna giapponese locale sono le
stesse constatate in Siberia, mentre le piaghe rintracciate con alta frequenza
nei cani selvatici e nelle renne della zona di Tunguska possono oggi essere riconosciute
come bruciature prodotte da radiazioni.
Un'esplosione atomica produce forti disturbi nel campo magnetico terrestre
e ancora oggi tutto il territorio interessato rivela una situazione di “caos magnetico”.
Sotto questo profilo, è più che evidente come quel lontano giorno
di giugno un vero e proprio cataclisma elettromagnetico si sia scaricato sulla
superficie del nostro pianeta, alterando e modificando in modo evidente il naturale
campo magnetico terrestre locale.
Le testimonianze oculari che parlano di una grande nuvola, ancora una volta
inducono a pensare ad un marchingegno nucleare, anche perché una delle
descrizioni ricorrenti era proprio quella di una “grande nuvola a forma di fungo”.
Sfortunatamente però, il particolare conclusivo che avrebbe definitivamente
bollato come veritiera la teoria nucleare non corrisponde: da quando,
circa cinquantanni or sono, sono stati misurati per la prima volta i livelli di
radioattività non sono mai andati incontro a mutamenti o variazioni di alcun
genere.
Investigazioni successive hanno dimostrato che Kulik si sbagliava nel ritenere
i crateri provocati dall'impatto al suolo dei grossi blocchi in cui il meteorite
si era frantumato al contatto con la superficie. Non erano stati frammenti
rocciosi a crearli, bensì enormi blocchi di ghiaccio che si erano aperti
la strada nel terreno e che durante l'estate si erano poi sciolti. L'immensa fatica
compiuta dalla spedizione Kulik per svuotare alcune di queste cavità era
stata per davvero un'impresa ciclopica quanto del tutto inutile.
Sfortunatamente, nessuna fra le molte spedizioni sovietiche - ma anche
americane - ha gettato un minimo di luce sulla causa che ha provocato questo
immane sconvolgimento. I fautori degli UFO non hanno dubbi nel sostenere
che l'oggetto misterioso era in realtà un'astronave aliena, sospinta da
energia atomica, sfuggita al controllo dei suoi piloti al momento dell'ingresso
nella nostra atmosfera. Qualcuno si è spinto anche oltre, affermando che la
vera meta dell'astronave era il lago Baikal dove potersi rifornire di acqua per
il raffreddamento dei reattori nucleari; solo che questi si erano surriscaldati
troppo e prima di raggiungere le acque del lago erano esplosi.
Ovviamente, gli scienziati respingono ipotesi come queste che ritengono
frutto di una fantasia troppo spigliata. Ma quella che segue non è certo da
meno. Secondo i professori A. A. Jackson e M. P. Ryan della Università del
Texas, la causa della deflagrazione sarebbe stato un piccolo buco nero, una
sorta di potente vortice spaziale che scaturisce dal collasso totale delle particelle
interne all'atomo. Questo buco nero in miniatura avrebbe trapassato tutta
la Terra per uscire dall'estremità opposta. L'ipotesi deve aver impressionato
non poco i Russi, se è vero che tra le molte ricerche ne avviarono anche
una per verificare se in quel fatidico 1908 erano stati registrati dalla stampa
strani fenomeni in territori dall'altra parte del mondo. Non essendo emerso
nulla, la spiegazione sul mistero di Tunguska proposta da Jackson e Ryan
sembra non reggere.
Altri ricercatori statunitensi chiamano in causa l'antimateria, uno speciale
tipo di materia composta da particelle caratterizzate da cariche elettriche contrarie
e opposte a quelle che contraddistinguono la materia normale, quella
che conosciamo. Al contatto con la materia, l'antimateria esplode e genera un
processo di annichilimento, lasciandosi dietro soltanto tracce di radiazioni
atomiche. Un'ipotesi interessante, ma solo a livello teorico, dal momento
che, al pari della precedente, non esiste una sola, seppur piccola, prova che la
corrobori.
Lievemente più accettabile - per quanto, anch'essa, improbabile - risulta
invece la teoria di uno studioso inglese, Frank Whipple secondo la quale la
Terra si scontrò con una cometa. Ancora oggi gli astronomi non sanno come
si formano le comete. Le due principali obiezioni alla ipotesi della cometa
sono che non avrebbe potuto scatenare una esplosione nucleare e gli astronomi
avrebbero potuto scorgere il suo approssimarsi al pianeta con largo anticipo.
I sostenitori di questa visione affermano che una cometa che puntasse
dritta verso la Terra in perfetto allineamento col Sole difficilmente sarebbe
osservabile e la sua esplosione potrebbe generare effetti simili a quelli determinati
dalle tempeste solari, con un'alta produzione di radioattività. Nessuno
degli oltre centoventi osservatori astronomici consultati dagli scienziati russi
ha però segnalato di avere nei propri archivi qualche registrazione a proposito
dell'avvicinarsi di una cometa che potrebbe identificarsi con la “cosa” di
Tunguska.
Più recentemente, si è osservato che l'esatto giorno in cui si è verificata la
catastrofe era il 30 di giugno. Ogni anno, come gli astronomi ben sanno, proprio
in questo giorno l'orbita terrestre viene interessata dall'incrocio con la
scia di una cometa detta Beta Taurids, fenomeno che dà origine a uno spettacolo
di pirotecnica celeste, un vero e proprio “show di meteoriti”. Se una di
queste, particolarmente grande, superata la barriera d'attrito causata dall'ingresso
nell'atmosfera, si fosse schiantata sulla superficie del nostro pianeta,
la sua parte esterna miscelandosi con quella interna ghiacciata si sarebbe
sciolta istantaneamente per solidificarsi subito dopo in grossi blocchi di durissimo
ghiaccio. Se fosse andata per davvero così, ebbene il buon Kulik, dopo
tutto, non avrebbe poi tanto sbagliato, anche se, non lo dobbiamo dimenticare,
non gli riuscì in alcun modo di mettere insieme neppure uno straccio
di prova. A quasi un secolo dall'evento, sembra impossibile che su ciò che
accadde a Tunguska continui a persistere un enigma, e che quella immane
esplosione sia ancora oggi relegata nel dizionario dei misteri irrisolti.
 Postscriptum.
Da quando ho scritto questo capitolo, nuove ricerche hanno proposto che la
“cosa” che si schiantò a Tunguska era quasi di certo una piccola cometa o una
meteora e non, come alcuni sostengono, un'astronave esplosa o, addirittura,
un buco nero di piccolissime dimensioni. Più che a una cometa si pensa a un
meteorite, perché le prime viaggiano a velocità relativamente ridotta e quella
di Tunguska sarebbe stata sicuramente avvistata prima dell'impatto con la
Terra. Il professor Alexis Molotov (responsabile di una
spedizione a Tunguska effettuata nel 1959) ha calcolato che,
indipendentemente dalla sua natura,
l'oggetto doveva avere un diametro superiore a 40 m, deve essere esploso
a circa 4,5 km d'altezza rispetto al terreno con una potenza di 40 megatoni,
vale a dire almeno 2000 volte superiore alla bomba atomica sganciata sulla
città di Hiroshima.
 
CAPITOLO 35.
IL MANOSCRITTO PIÙ MISTERIOSO DEL MONDO.

Il manoscritto Voynich.
Era il 1912 quando un collezionista di libri rari, Wilfred Voynich, saputo
dell'esistenza di un misterioso manoscritto venuto alla luce in un antico baule
conservato nella scuola gesuitica di Mondragone a Frascati, era riuscito ad
accaparrarselo per un'ingente somma. Si trattava di un volume in ottavo, di
circa 18 per 27 cm, composto di 204 pagine. In origine ne aveva altre 28, ma
erano andate perdute. Era scritto in cifrato che a prima vista si sarebbe detto
la tradizionale, consueta calligrafia medievale. Quasi tutte le pagine erano
come ricamate da lievi piccoli disegni di corpi nudi femminili, diagrammi
astronomici e ogni genere e tipo di pianta a più colori.
Il manoscritto era accompagnato da una lettera, datata 19 agosto 1666, scritta
da Joannes Marco Marci, rettore dell'Università di Praga. La lettera era indirizzata
al celebre gesuita e studioso Athanasius Kircher - oggi ricordato soprattutto
per gli studi sull'ipnosi - e si denunciava che il libro era stato acquistato
per 600 ducati dall'imperatore del Sacro Romano Impero, Rodolfo II
di Praga. Kircher era un esperto di crittografia, avendo dato alle stampe un testo
sull'argomento datato 1663, in cui annunciava al mondo di essere riuscito
a decifrare i misteriosi geroglifici egiziani. La cosa ci induce a ritenere il
personaggio un tipo un po' troppo fantasioso, se è vero, come sappiamo, che
la loro decifrazione avvenne soltanto un secolo e mezzo dopo per opera dello Champollion. Da quel che pare, Kircher si era messo al lavoro per la decodifica
di qualche pagina, su invito del precedente proprietario, che diceva
di aver praticamente dedicato l'intera sua vita nell'inutile operazione. Ora,
gli faceva pervenire tutto il resto del volume.
Non sappiamo per quali vie il manoscritto era approdato a Praga, ma la possibilità
più accreditata è che vi venisse portato dall'Inghilterra su iniziativa
del famoso mago di corte della regina Elisabetta, il dottore mirabile John
Dee, che aveva visitato Praga nel 1584. Secondo alcuni, Dee avrebbe ottenuto
il manoscritto dal duca di Northumberland, che aveva saccheggiato e depredato
i monasteri inglesi su preciso ordine del re Enrico VIII. Più tardi, lo
scrittore inglese Sir Thomas Browne riferisce che il figlio di Dee parlava di
«un libro che non conteneva null'altro che geroglifici», che lui aveva esaminato
e studiato a Praga. Per Marci, invece, il misterioso volume era frutto del
lavoro esoterico di un altro grande, il monaco e scienziato del XIII secolo
Ruggero Bacone.
Il manoscritto Voynich (come lo si chiama oggi) costituisce davvero un bel
mistero proprio perché sembra fin troppo chiaro: con tutti quei disegni di
piante e vegetali, a prima vista si direbbe infatti un “erbario”, un libro che insegna
ad estrarre succhi e pozioni benefiche dalle piante. D'altra parte è normale
aspettarsi dei diagrammi e delle tavole astronomiche e zodiacali in un
erbario, perché molte piante andavano raccolte con la Luna piena o quando
stelle e pianeti si trovavano in una data, precisa collocazione celeste.
Neppure Kircher aveva avuto successo nella decrittazione e alla fine, arresosi,
lo aveva consegnato al collegio gesuita di Roma, da dove era poi transitato
nelle mani dei Gesuiti di Frascati.
Da parte sua, Voynich era certo che il manoscritto non avrebbe continuato
a restare un enigma, una volta che altri studiosi avessero avuto l'opportunità
di visionarlo. Così aveva distribuito copie dell'originale a tutti gli interessati.
Il primo grosso nodo da sciogliere era riuscire a riconoscere la lingua in
cui era scritto: latino, inglese medievale, forse persino lingua d'Oc. La cosa
non sembrava impossibile, dal momento che i disegni delle piante erano titolati,
sebbene con scritte in codice. Ma molti nomi erano immaginari. Lo
stesso per le costellazioni: potevano essere riconosciute fra quelle presenti
nel firmamento, ma questa volta era il loro nome che non si poteva dedurre.
Gli specialisti in decifrazione si impegnarono a fondo, applicando i più diffusi
metodi di decrittazione arrivando a dedurre 29 diverse singole lettere o
simboli, ciò nonostante ogni tentativo di tradurre il testo in una lingua conosciuta
era fallito. Ma ciò che più di ogni cosa indispettiva gli studiosi stava
nel fatto che, per quanto strano, il testo non sembrava affatto scritto seguendo
la chiave di un codice, ma come se l'autore lo avesse scritto in piena
scioltezza, come chi scrive nella propria lingua madre. Molti analisti, filologi,
studiosi, linguisti, astronomi, profondi conoscitori dei metodi baconiani
si offrirono; persino la Biblioteca vaticana mise a disposizione i suoi uffici e
i suoi libri pur di arrivare a una conclusione. Invano. Il misterioso manoscritto
continuò a rifiutarsi di svelare il suo segreto o, forse è meglio dire, i
suoi segreti.
Poi nel 1921 un professore di filosofia dell'Università della Pennsylvania,
William Romaine Newbold, annunciò che alla fine ce l'aveva fatta a svelare
il codice segreto del libro. Lo avrebbe annunciato nel corso di un incontro da
tenersi a Philadelphia nell'ambito della Società americana di filosofia. La
prima cosa che aveva attuato era stato far corrispondere a ciascun simbolo
una lettera dell'alfabeto romano, riducendo il gruppo da 29 a 17 unità. Utilizzando
il vocabolo latino conmuto (o commuto, che significa permuto) come
parola chiave era riuscito a ricavare più di quattro versioni del testo, di
cui l'ultima, quella giusta, derivata direttamente da vocaboli latini e da loro
anagrammi. A questo punto era bastato ricomporre il tutto per ottenere uno
straordinario manoscritto scientifico, attestante che Bacone era un genio incomparabile.
La cosa, d'altra parte, è nota. Era stato proprio Bacone, in un passo del suo
Opus maius, a instillare in Colombo l'idea che le Indie si sarebbero potute
raggiungere salpando dalla Spagna e veleggiando verso occidente. In giorni
improntati allo studio di rigide discipline quali l'alchimia e
dogmatiche scienze così come erano state impostate dal grande
Aristotele, Bacone aveva invece
difeso una conoscenza nuova, basata sull'esperimento e sull'osservazione
e per questo era stato incarcerato. Perché rigettando l'autorità aristotelica egli
rinnegava anche quella della Chiesa. Nel suo La città di Dio Agostino già
aveva avvisato l'umanità di stare attenta alle insidie della scienza e dell'intelletto,
primi impedimenti verso la salvezza. Ruggero Bacone, al pari del
suo omonimo elisabettiano Francesco, si rendeva ben conto che un simile atteggiamento
significava il suicido dell'intelletto; tuttavia, ciò malgrado, si
deve lo stesso riconoscere che essendo anche figlio del suo tempo, Opus
maius è un'opera colma di pregiudizi e grossolani errori e superstizioni.
Ma, se Newbold ha ragione, Bacone fu uno dei più straordinari scienziati
prima di Newton. Era solito usare un microscopio da lui costruito per osservare
cellule e spermatozoi - a questo si riferivano i disegni di animaletti simili
a girini sui margini del libro - e realizzò un telescopio molto prima di
Galileo, scoprendo che la nebulosa di Andromeda era una galassia a forma di
spirale. Newbold presenta un'osservazione di Bacone che attribuisce proprio
alla descrizione di questo corpo celeste: «In uno specchio concavo ho potuto
osservare una stella a forma di chiocciola... fra la nave di Pegaso, la corona
di Andromeda e la testa di Cassiopea». (È noto che Bacone ben conosceva
l'utilizzo della lente concava come specchio ustorio). Sempre Newbold dichiara
che non aveva la minima idea in merito a ciò che avrebbe osservato
puntando un telescopio in quella direzione. Grande era dunque stata la sua
sorpresa nel constatare che la “chiocciola” altro non era che la nebulosa di
Andromeda.
Il primo a mettere in risalto alcuni dei punti deboli del metodo proposto da
Newbold, è stato David Kahn, esperto crittografo, nel suo libro dal titolo The
Codebreakers. Il metodo consiste nel “raddoppio” delle lettere componenti
una parola. Così, per esempio, “oritur” diventa or-ri-it-tu-ur. La soluzione del
testo avviene con l'ausilio della parola chiave “conmuto” e con l'aggiunta
della lettera “q”. Ma come avveniva il processo contrario, vale a dire, quando
Bacone trasferiva il testo originale nel cifrato? Kahn afferma: «Molti codici
univoci, a un solo indirizzo, sono stati mal interpretati; è certamente possibile
cifrare dei messaggi, ma è pressoché impossibile decrittarli. Newbold
sembra l'unico caso conosciuto in cui la situazione si presenta esattamente al
contrario».
Newbold morì nel 1926, a soli sessant'anni. Due anni dopo, il suo amico
Roland G. Kent diede alla stampa il risultato delle sue ricerche in un libro intitolato
The Cipher of Roger Bacon, un testo ampiamente accettato da illustri
studiosi, fra cui, per esempio, Étienne Gilson.
Ma c'era un allievo che, proprio perché aveva approfondito all'estremo lo
studio del sistema applicato da Newbold, non se ne dichiarava soddisfatto.
Era il dottor John M. Manly, filologo capo dell'istituto di lingua inglese presso
l'Università di Chicago, destinato a diventare assistente del grande Herbert
Osborne Yardley - celebrato come il massimo esperto in decodifica di
tutti i tempi - quando nel 1917 il servizio segreto degli Stati Uniti decise di
aprire un dipartimento appositamente dedicato alla
decrittazione di codici segreti. Manly aveva dato alle stampe
gli otto volumi della edizione definitiva
dell'opera di Chaucer, mettendo a confronto non meno di ottanta versioni del
manoscritto medievale dei Racconti di Canterbury. Una delle conquiste più
eclatanti e prestigiose della sua carriera era stata la decifrazione di una lettera
in codice trovata all'interno del bagaglio di una spia tedesca che si faceva
chiamare Lothar Witzke, catturata a Nogales, in Messico, nel 1918. Nel corso
di tre giorni di full immersion, Manly era riuscito a risolvere le dodici trasposizioni
cifrate, attraverso uno slittamento multiplo in scala orizzontale di
gruppi di tre e quattro lettere, finalmente disposti nella versione finale secondo
una disposizione verticale. Davanti alla corte marziale, Manly era stato in
grado di leggere a voce alta il messaggio cifrato, inviato alla spia dal ministro
tedesco in Messico: «Il latore di questo messaggio è un membro dell'impero
e si muove sotto le mentite spoglie di un cittadino russo di
nome Pablo Waberski. In realtà si tratta di un agente segreto
tedesco...». Questo fatto fu la
prova schiacciante della sua colpevolezza. L'uomo era stato condannato a
morte, anche se poi la pena era stata commutata nel carcere a vita da un gesto
di magnanimità del presidente americano Wilson.
Ora Manly si era dedicato all'analisi del libro di Newbold e del suo metodo,
giungendo a concludere che l'autore si era in pratica autoingannato. L'anello
debole di tutto il complicato sistema di decifrazione consisteva nel processo
di anagramma. Molte frasi, infatti, potevano essere anagrammate in dozzine
di altre frasi tutte diverse fra loro, un metodo tipico di Bacone, tanto che molti
suoi sostenitori si facevano forti di questa sua caratteristica per indicare in
lui il vero autore delle opere attribuite a Shakespeare (vedi il Capitolo 8). Per
una frase che contempli anche soltanto un centinaio di lettere, non esiste in
pratica un metodo assoluto che garantisca che solo e soltanto quel dato aggiustamento
anagrammatico sia quello corretto, l'unica soluzione. In merito,
Kahn propone il semplice esempio delle parole “Ave Maria, piena di grazia,
il Signore è con te”, anagrammabili in almeno un migliaio di altre frasi e versioni
tutte diverse.
Inoltre Newbold aveva classificato alcuni “tratti calligrafici abbreviati” come
segni di base per il suo sistema interpretativo. Quando Manly li aveva osservati
con l'ausilio di una potente lente di ingrandimento si era invece reso
conto della loro vera natura: niente di più che semplici impuntature della penna
che si era come incastrata nella pergamena lasciandosi dietro lettere e segni
incompleti. Insomma, i casi in cui Newbold veniva colto in plateale errore
erano così numerosi da poter tranquillamente asserire che Manly aveva demolito
sin dalle fondamenta la sua ipotesi di decifrazione del codice criptato
adottato da Ruggero Bacone nel misterioso manoscritto.
Da quell'anno in avanti - siamo nel 1931 - ci furono molteplici altri tentativi
di decodifica. Nel 1933 un medico esperto nello studio dei tumori, il dottor
Leonell C. Strong, pubblicò alcuni frammenti di traduzione, rivelando
con sua grande soddisfazione che il testo altro non era che un erbario scritto
da uno studioso inglese, certo Anthony Ascham. Fra le altre rivelazioni,
Strong svelò anche una ricetta contraccettiva che sembrava funzionare assai
bene. Ciò che però Strong non riuscì mai a chiarire
compiutamente fu il sistema seguito per giungere alla
comprensione del testo e così la sua proposta
non venne in pratica tenuta in conto da nessuno.
Poi era stata la volta di William F. Friedman, il quale negli ultimi anni della
seconda guerra mondiale aveva dato corpo a un gruppo di studiosi dedito
all'analisi del manoscritto. La fine del conflitto aveva fatto sciogliere il gruppo
e non si era approdati a nulla. Ma Friedman aveva lo stesso fatto osservare
come il manoscritto Voynich differisca da tutti gli altri scritti in codice per
un sostanziale, importante aspetto. Di norma, una delle prime regole messe in
atto dall'inventore di un codice segreto è quella di evitare le ripetizioni che
sono appigli di facile individuazione e che consentono a chi si appresta alla
decifrazione di avere alleati seminati nel testo (per esempio, il gruppo reiterato
di tre lettere, nella lingua inglese, potrebbe facilmente essere decifrato
come “and” e “thè”). Ebbene, il manoscritto Voynich presenta una grande abbondanza
di ripetizioni, molte di più di un testo cifrato classico. Questa osservazione
portò Friedman a immaginarlo come scritto in un linguaggio artificiale
che, per il semplice motivo della chiarezza, non può fare a meno di
utilizzare le ripetizioni, a differenza di un linguaggio naturale complesso. La
cosa però presuppone che Ruggero Bacone (o chi scrisse il manoscritto) desiderasse
così ardentemente velare il significato delle sue parole da mettere in
atto una strategia estremamente sofisticata, tanto da essere considerata inaccessibile
persino dai grandi esperti di messaggi in codice. E tutto questo per
un monaco del XIII secolo, che non si vede perché necessitasse di utilizzare
chissà quale codice occulto, ci pare veramente cosa improbabile...
Ma sta qui, proprio in questo, la vera e profonda chiave dell'arcano. Noi oggi
ancora non sappiamo perché il manoscritto venne redatto, da chi e in quale
linguaggio, ma quand'anche venissimo a capo di questi interrogativi, continueremmo
a non vedere una buona ragione di tanta fatica per l'invenzione
di un codice assolutamente impenetrabile. I primi testi criptati sono conservati
nella Biblioteca vaticana e risalgono al 1326 (quando Ruggero era un
bambino) e raccolgono molto semplicemente soltanto dei nomi in codice di
personaggi legati ai partiti politici dei Ghibellini e dei Guelfi, rispettivamente
sostenitori della causa imperiale e papale. Nel testo i Ghibellini erano detti
gli Egiziani, mentre i Guelfi erano i Figli di Israele. (Facile, con queste premesse,
indovinare da che parte stava il redattore del codice!). Le prime “sostituzioni”
cifrate, occidentali moderne iniziano a far data dal 1401. Il primo
trattato di codici segreti, il Poligraphia di Giovanni Tritemio, fu pubblicato
soltanto nel 1518, due anni dopo la morte dell'autore. Per questo diventa difficile
immaginare che Ruggero Bacone o qualsiasi altro inventore nel secolo
immediatamente successivo alla sua scomparsa si sia potuto sobbarcare un
rovello mentale così straordinario da creare un codice tanto sofisticato da non
essere stato decifrato neppure ai nostri giorni.
Kahn prova a immaginare perché l'ipotetico redattore del misterioso erbario
(ciò che, in definitiva, parrebbe essere a prima vista il manoscritto Voynich)
ci tenesse tanto a nascondere il suo lavoro, ricordando il più antico caso di
occultamento che la storia ricordi, ossia quello rinvenuto su una tavoletta di
argilla impressa con caratteri cuneiformi e databile attorno al 1500 a.C.: «La
tavoletta contiene la prima formula a noi nota per la smaltatura della ceramica.
L'ignoto scriba, geloso della sua straordinaria scoperta, utilizza i segni cuneiformi...
nella loro accezione meno comune». Possiamo quindi immaginare
che l'autore del manoscritto Voynich fosse un abile erborista desideroso di
fermare sulla carta, per sé e per i suoi allievi, le ricette messe a punto con tanta
applicazione e fatica, nella - in questo caso più fondata che mai - speranza
di evitare che divenissero preda di qualche concorrente.
È stata forse questa la molla che ha spinto l'antiquario, esperto di libri, Hans
Kraus a entrare nella storia del manoscritto. Quando nel 1960, alla venerabile
età di novantasei anni, Ethel Voynich morì, Kraus fece di tutto per entrare
in possesso del manoscritto dagli eredi, per poi metterlo all'asta per la bellezza
di 160.000 sterline. La promessa caldeggiata era che chi fosse riuscito
a decifrare il misterioso testo avrebbe certamente scoperto informazioni che
avrebbero scritto una nuova pagina della storia dell'uomo. Insomma, un'opera
che una volta decodificata avrebbe visto il suo valore salire alle stelle. Ma
non si era fatto avanti nessuno e così alla fine, nel 1969, Kraus pensò bene di
donare il libro alla Università di Yale dove tuttora si trova, in attesa che qualche
ispirato decifratore possa trovarne la chiave interpretativa.
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FINE Parte 5.